4 grandi fotografi italiani contemporanei

Da quando ho deciso di dedicarmi alla fotografia in modo professionale ho capito una cosa molto importante: tanto nella fotografia, come in ogni altro tipo di forma artistica, copiare non è sbagliato, anzi, è l’unico modo per imparare. Ed i fotografi italiani hanno molto da insegnare.

Copiare ovviamente non vuol dire replicare modelli già dati in modo sterile, ma vuol dire apprendere segreti e trucchi delle tecniche utilizzate dai grandi maestri per poi elaborare uno stile proprio.

Chi esercita la professione di fotografo da molto tempo ha acquisito molta esperienza che può essere estremamente utile a chi invece è appena alle prime armi. Ricalcare le orme dei grandi è il modo migliore per sviluppare uno sguardo diverso che alla fine consenta di ottenere scatti di alta qualità.

I MIGLIORI FOTOGRAFI

Anche in Italia ci sono grandi fotografi dai quali possiamo apprendere molte cose, persone che hanno fatto la storia dell’arte fotografica e i cui scatti si sono impressi nella memoria di tutti. Da questi artisti noi possiamo cogliere spunti e idee, possiamo capire segreti e inquadrature che ci possono aiutare a diventare sempre più bravi, o semplicemente a realizzare fotografie che faranno l’invidia di tutti i nostri amici!

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GABRIELE MICALIZZI: MASTER OF PHOTOGRAPHY

Fotografi italiani

Foto http://ilgiornaleoff.ilgiornale.it/

Conoscevo il lavoro di Gabriele Micalizzi ben prima che vincesse il prestigioso premio Master of Photography, che non ha fatto altro che ratificare in modo ufficiale la grande genialità di questo fotoreporter. Micalizzi è un giovanissimo, classe ’84, ma in pochissimi anni di carriera ha dimostrato di avere la stoffa del grande reporter di guerra.

Ebbene sì, il suo soggetto preferito non sono pacifiche distese di lavanda, o tramonti infuocati su sconfinati deserti, ma le bombe, il sudore e il sangue. Forse potreste pensare che un fotografo e un fotoreporter non sono la stessa cosa: il primo decide di ritrarre la realtà cogliendone il meglio, il secondo documenta la brutalità della vita.

Ma in realtà fare foto è un mestiere che non cambia in base al soggetto: il senso dello scatto sta sempre nello sguardo che c’è dietro la camera.

Gabriele ha detto di aver partecipato al talent show organizzato nel 2016 da Sky semplicemente perché attirato dal premio in denaro, e di essere stato aspramente criticato per la sua scelta. Ma lui ha attraversato questa esperienza come un vero professionista: ha acquisito ulteriore esperienza e poi è andato avanti.

Gabriele Micalizzi viene dalla formazione più pura del fotografo, dai laboratori dell’Accademia d’Arte dove ha imparato come si sviluppa una pellicola, come si incornicia una foto. Queste conoscenze nel mondo del digitale potrebbero sembrare superflue, ma Gabriele stesso dice che invece, secondo lui, è così che si fanno le ossa.

Conoscendo i meccanismi pratici e manuali che ci sono dietro la fotografia si acquisisce una sensibilità maggiore anche al momento dello scatto. Personalmente sono d’accordo con lui: non importa se oggi il supporto che si usa in prevalenza è il digitale. Il contatto con la pellicola, con la sua fisicità, permette di avere uno sguardo diverso, più approfondito, più incisivo.

Gabriele dimostra questa qualità in ognuno degli scatti che ha realizzato nelle zone calde del mondo, dalla Libia, all’Egitto, alla Tunisia. Lui ha documentato gli eventi della primavera araba, e racconta che scattare una foto in scenari caotici, magari dove stanno cadendo bombe e i soldati si stanno sparando gli uni con gli altri, non sia nè più facile nè più difficile che farlo in qualunque altra condizione.

Questo almeno è quello che dice lui, ma credo che in un certo senso sia vero.

Il fotografo non fa altro che cogliere frammenti di spazio tempo cristallizzandoli per sempre: ma ovviamente una foto scattata su soggetti in movimento richiede una prontezza di riflessi e una serie di accorgimenti tecnici ben precisi affatto facili da padroneggiare.

Ciò che colpisce delle fotografie di Gabriele, però, è soprattutto il suo sguardo: sembra capace di cogliere l’essenza dei momenti anche in mezzo al caos più assoluto. Come nella foto che ha scattato al generale libico Haftar: dopo lunghi minuti di posa, ad un tratto ci fu un blackout. Al buio, Gabriele scattò con il flash cogliendo il panico dei soldati e l’assoluta imperturbabilità del generale, vero uomo forte al comando. Così Gabriele mostra la qualità essenziale di ogni bravo fotografo: la capacità di cogliere l’attimo.

Questo è stato notato anche da uno dei più severi giudici che dovevano valutare il suo lavoro a Master of Photography, un altro grande maestro della professione di fotografo: Oliviero Toscani.

I complimenti di Gabriele a questo articolo Prima di continuare ti chiedo un piccolo favore. A te non costa nulla, mentre a me serve per migliorare la visibilità di questo post condividendo questo articolo.

OLIVIERO TOSCANI: SHOCKVERTISING E GENIALITÀ

Oliviero Toscani

Foto https://www.flickr.com/photos/eirikso/

Molti di voi conosceranno Oliviero Toscani, che è forse uno dei fotografi italiani in assoluto più noti degli ultimi decenni.

Potreste pensare che il suo stile sia distante anni luce da quello di Gabriele. Quest’ultimo va nelle zone di guerra a fotografare il sangue, Toscani invece si è ormai da molto tempo dedicato prevalentemente alla pubblicità per marchi di moda (molto note sono le sue campagne per la Benetton).

Ma approfondiamo un po’ di più la sua conoscenza e vedrete che non è così e che è lo sguardo, ancora una volta, ciò che conta nella tecnica di ogni fotografo.

Toscani si è fatto conoscere fin dai suoi esordi perché ebbe la capacità di cogliere i grandi cambiamenti che erano in atto negli anni sessanta, cambiamenti che erano prevalentemente nel costume (basti pensare alla minigonna, simbolo della rivoluzione sessuale) ma che poi avevano forti ripercussioni anche a livello sociale.

La sua abilità fu riconosciuta dai grandi marchi della moda e il fotografo iniziò a lavorare nel mondo della pubblicità, ma in un modo che ha molto poco a vedere con il merchandising tradizionale.

La mostra sulla carriera di Toscani che è stata inaugurata a febbraio 2017 a Milano alla Whitelight Art Gallery si intitola Più di 50 anni di magnifici fallimenti. Titolo provocatorio, come è nello stile di questo personaggio che ha suscitato grandi scandali con le sue campagne pubblicitarie.

Questo perché Toscani non si è mai limitato ad esaltare un prodotto, ma lo ha usato per denunciare i grandi problemi del mondo: la fame, la povertà, le disuguaglianze sociali.

Lui ha inventato il brand United Colors of Benetton, diventato distintivo dell’azienda. Ha denunciato molte piaghe contemporanee, come l’anoressia, e la violazione dei diritti umani nell’applicazione della pena di morte.

I suoi scatti sono spesso crudi e immediati, tanto che per lo stile di Toscani si è coniato un neologismo: shockvertising.

Il suo scopo è sempre quello di colpire l’osservatore anche grazie allo straniamento che mette in atto. Da un cartellone pubblicitario uno si aspetterebbe un’immagine patinata, lui invece propone la realtà, spesso anche enfatizzata.

In definitiva anche Toscani, come Micalizzi, usa il suo occhio per osservare il reale e proporre agli altri una riflessione. Non a caso dice che nel suo lavoro non contano tanto le tecniche fotografiche quanto lo studio preparatorio che è alla base di ogni immagine, studio che si basa spesso sulla psicologia.

Oliviero Toscani sostiene addirittura, sempre con la provocatorietà che lo contraddistingue, che al giorno d’oggi ognuno può fare buone foto, non c’è bisogno di molta tecnica.

Per lui quindi ciò che distingue il professionista dal dilettante è l’intenzione, lo scopo che c’è dietro la foto e che essa deve essere in grado di esprimere e di comunicare. Senza scopo non è possibile fare buone foto, anche se si possiede la migliore preparazione tecnica del mondo.

LETIZIA BATTAGLIA: UNA DONNA CONTRO LA MAFIA

Letizia Battaglia

Foto fonte: http://www.sicilymag.it/letizia-battaglia-amo-la-vita-e-la-bellezza-e-il-futuro-che-c-e-dietro-l-angolo.htm

Parlando di Letizia Battaglia passo a raccontarvi una storia tutta italiana un po’ atipica, perché una donna che si occupasse di fotografia negli anni Sessanta (oggi la Battaglia ne ha oltre ottanta) era una cosa rara, e ancora di più se lo faceva a Palermo. Letizia Battaglia si può definire una fotografa di mafia anche se lei oggi non apprezza questo appellativo, non perché rinneghi il suo passato ma perché dice di essere stanca di morte, di sangue e di orrore.

Letizia Battaglia ha fotografato pagine drammatiche di storia nostrana con un pudore tutto femminile, da cui noi fotografi maschietti avremmo molto da imparare.

Lei ci insegna una lezione importantissima: un fotografo non è un guardone, deve sapere anche quando e dove fermarsi. Lei dice di aver avuto la possibilità di fotografare il cadavere di Giovanni Falcone portato in ospedale, e quello fatto a pezzi di Paolo Borsellino, ma non lo fece, per pudore e per rispetto. Infatti ci sono immagini che raccontano di più semplicemente se non vengono esibite. Questa è una verità che molti reporter contemporanei dovrebbero ricordare.

Letizia Battaglia ha poi ritratto Palermo, la sua città così travagliata ma così amata, in tutte le sue molteplici sfaccettature. Con lei scopriamo in pieno l’impegno civile che la fotografia può avere. Uno dei suoi scatti fu una prova fondamentale nei processi contro Giulio Andreotti.

Dal punto di vista tecnico la Battaglia ha sempre prediletto il bianco e nero, scelta che viene condivisa da molti fotografi. Perché il bianco e nero? La spiegazione potrebbe durare delle ore: ogni bravo fotografo sa quanto l’esclusione dei colori contribuisca ancora di più a rendere assoluta e universale una foto. La rende davvero senza tempo, così come essa già è per sua natura e definizione; la astrae e le conferisce una profondità unica.

Difatti gli scatti di Letizia Battaglia possiedono un’intensità incredibile, che non deriva solo dai soggetti, spesso crudi, per lo più cadaveri buttati a terra che raccontano una pagina oscura e non ancora chiusa della storia italiana. La vera qualità incisiva di queste foto, ancora una volta, deriva dallo sguardo della fotografa, sguardo che non è invasivo e curioso ma solo attento, vigile e sempre compassionevole.

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PAOLO PELLEGRIN: UN FOTOREPORTER CHE VIAGGIA LEGGERO

Paolo Pellegrin by Kathryn Cook

Paolo Pellegrin by Kathryn Cook

Anche Paolo Pellegrin, fotoreporter noto soprattutto per i suoi servizi di guerra, predilige spesso il bianco e nero, per quanto nella sua produzione non manchino anche scatti a colori.

Ciò che colpisce di Paolo Pellegrin è la versatilità: è capace di passare da fotografie degli attori di Hollywood a scatti molto espliciti eseguiti nelle zone di conflitto in giro per il mondo. La sua mano e il suo sguardo, però, restano sempre gli stessi, conferendo ad ogni foto una cifra stilistica inconfondibile che è valsa a Pellegrin svariati premi e riconoscimenti.

Le sue fotografie sono sempre molto pulite, semplici e nitide, grazie al massiccio utilizzo degli obiettivi a focale fissa.

Pellegrin preferisce usare un’attrezzatura molto leggera per sua stessa ammissione, prediligendo le nuove macchinette digitali non solo perché sono più comode da usare nei luoghi di guerra dove si trova a lavorare. Questo gli permette anche di essere più leggero, per così dire, a livello mentale.

Le sue inquadrature includono sempre pochi elementi, sono molto scarne, ma giungono dritte al punto. Il suo desiderio, per sua stessa ammissione, è di creare un archivio storico della memoria. Negli archivi, che devono immagazzinare molte informazioni, è necessario fare una selezione accurata e conservare solo gli elementi più importanti.

Paolo Pellegrin ci insegna quindi un’altra importante qualità che deve possedere un bravo fotografo: la capacità di discernere con i suoi occhi, quali sono gli elementi che desidera entrino a far parte della sua composizione, eliminando quelli che sarebbero di troppo anche se comunque, dal punto di vista meramente estetico, gli piacerebbero.

Paolo Pellegrin è un ottimo esempio di quanto chi abbia l’ambizione di diventare fotografo debba essere in grado di utilizzare tutte le nuove possibilità che vengono offerte dalle moderne tecnologie.

COME SEGUIRE LE ORME DEI MAESTRI

In questa rapida carrellata ho voluto raccontarvi per sommi capi quali sono le caratteristiche che hanno determinato il successo e la fama di ognuno di questi grandi fotografi italiani: Gabriele Micalizzi, Oliviero Toscani, Letizia Battaglia e Paolo Pellegrin.

Questo perché, come ho affermato all’inizio, avere un buon modello da seguire è fondamentale per comprendere quali potrebbero essere le strategie migliori da adottare per ottenere scatti di alta qualità.

  • Riassumendo, ecco di cosa c’è bisogno se si vuol diventare un buon fotografo:
  • capacità di osservazione e interesse per tutto ciò che compete la storia umana;
  • una buona attrezzatura e una buona preparazione non solo in tecniche fotografiche, ma nelle scienze umane in generale;
  • molta curiosità e pochissima paura.

Nei quattro esempi che vi ho citato il coraggio è sempre una componente fondamentale. Un bravo fotografo deve avere non solo uno sguardo chiaro e lucido ma soprattutto il coraggio di esprimere attraverso il suo lavoro qual è la sua visione del mondo denunciandone le storture.

Se si lavora con timidezza, senza assoluta convinzione di se stessi e delle proprie idee, sarà sempre difficile fare un buon lavoro… anche se volete fotografare semplicemente un bel campo invaso da profumata lavanda.

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