Le basi

Istogramma in fotografia. Cos’è e a cosa serve

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Istogramma in fotografia questo sconosciuto… Bene o male un po’ tutti ci siamo chiesti almeno una volta a che serve quel grafico che si trova nella fotocamera e sopratutto bello in vista in ogni software di postproduzione, da Photoshop a Lightroom. Si tratta probabilmente dell’unico strumento in assoluto più importante per poter valutare in modo oggettivo se la foto è stata realizzata correttamente o meno.

Niente aspetti artistici, licenze poetiche o altre mille scuse che il fotografo “che non sa bene che cosa sta facendo” può tirare in ballo. L’istogramma è un dato oggettivo. Vediamolo nel dettaglio.

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Verso la fine dell’articolo troverai anche un video, spero interessante, che ho realizzato!
Istogramma
Istogramma

ISTOGRAMMA IN FOTOGRAFIA: COSA FA

Alla base di tutto bisogna che tu comprenda che cosa fa l’istogramma. Prima ti ho detto che si tratta in assoluto dell’unico strumento che è in grado di dirti in modo oggettivo se una foto è stata realizzata correttamente o meno ed infatti tramite l’istogramma puoi capire (specie se leggi tutto questo articolo) se la foto che hai appena fatto è:

  • sovraesposta
  • sottoesposta
  • ha delle ombre troppo chiuse
  • ha delle luci bruciate

In altre parole puoi capire se l’immagine è: correttamente esposta.

COME SI LEGGE L’ISTOGRAMMA

Il grafico dell’istogramma rappresenta come sono distribuiti i pixel dell’immagine sulla base della loro luminosità, ma per imparare a leggerlo nel modo corretto procediamo per punti: seguirmi nel ragionamento.

Com’è strutturato l’istogramma in fotografia

Prendi come esempio l’istogramma di esempio che ti riporto qui sotto. Per comodità ti consiglio di dividerlo in 3 parti:

istogramma in fotografia
istogramma in fotografia
  • Il settore di sinistra rappresenta le ombre e toni scuri, pertanto se una tua foto presenta una concentrazione maggiore di grafico in quella parte significa che la maggioranza dei pixel che compongono la tua immagine sono “scuri”.
  • Il settore di destra rappresenta le luci e toni chiari, pertanto se la tua foto presenta una concentrazione maggiore di grafico in quella parte significa che la maggioranza dei pixel che compongono la tua immagine sono “luminosi”.
  • La parte centrale ovviamente rappresenta la via di mezzo, pertanto se la tua foto presenta una concentrazione maggiore di grafico in quella parte significa che la maggioranza di pixel della tua immagine sono in una tonalità media, ne troppo chiari e nemmeno troppo scuri.

Note: la quantità di pixel si sviluppa in “altezza” nell’istogramma, quindi se arriva a toccare e sforare il limite non ti devi preoccupare.

istogramma_2
istogramma_2

Come si comporta l’istogramma in fotografia

Quando tu realizzi una foto la tua fotocamera digitale genera automaticamente un istogramma e te lo mostra; molte fotocamere digitali moderne inoltre sono in grado di mostrarti in anteprima l’istogramma fotografico durante il LiveView o nel mirino elettronico (come nelle mirrorless. Se voi approfondire l’argomento sulle mirrorless clicca qui.).

Il metodo più facile per farti capire come si comporta è quello di portare degli esempi pratici.

Come avrai modo di notare, questo articolo è bello lunghetto; inoltre, imparare questi concetti, rielaborarli e cercare di renderli semplici da capire, ha richiesto molto sudore e fatica da parte mia. Quindi ti chiedo in cambio di dare un semplice “click” del mouse per me. A te non costa nulla e lui farà salti di gioia. Condividi questo articolo!

IMMAGINE SOTTOESPOSTA

foto sottoesposta
foto sottoesposta

L’immagine sopra è evidentemente sottoesposta, infatti a primo impatto ti rendi subito conto che è molto scura. Se guardi l’istogramma vedi che la curva (ovvero quantità di pixel) è maggiormente concentrata nel settore sinistro del grafico.

IMMAGINE SOVRAESPOSTA

foto sovraesposta
foto sovraesposta

Al contrario di prima, l’immagine sopra è evidentemente sovraesposta, infatti è veramente troppo chiara. Se guardi l’istogramma vedi che la curva (ovvero quantità di pixel) è maggiormente concentrata nel settore destro del grafico.

IMMAGINE BILANCIATA

toni medi
toni medi

L’immagine che ti riporto sopra è definita tecnicamente “bilanciata” (o neutra). Se guardi l’istogramma vedi che la curva è distribuita bene o male nel mezzo del grafico e per questo motivo è considerata (specie dai fotografi da forum): correttamente esposta.

Ti è tutto chiaro ora? Hai capito come funziona? Sinistra = scura, destra = chiara? Complimenti! Ora sai come si legge un istogramma in fotografia.

Ma come? Tutto qui?! Potrei dirti di si, ma non posso far a meno di prendere atto ed in considerazione di tutte le cose che hai sentito dire spesso nei forum o peggio in qualche corso di fotografia. L’inizio di questa sezione non l’ho intitolato “COME SI LEGGE L’ISTOGRAMMA” a caso; proprio perché l’istogramma non va semplicemente letto. Va sopratutto interpretato, e questa purtroppo è una cosa che molti non sanno fare come la differenza tra una persona che sa leggere una poesia ed una che sa coglierne il significato che l’autore voleva darne.

IL MITO DELL’ISTOGRAMMA CON LA CURVA AL CENTRO

bilanciato
bilanciato

Se ti sei messo a discutere con qualche fotografo da forum probabilmente ti sarà anche capitato di imbatterti nella questione dell’analisi dell’istogramma e, come illustrato poco sopra con gli esempi, qualcuno se ne sarà uscito con l’affermazione che la foto correttamente esposta non deve avere una predominanza della curva ne verso destra e ne verso sinistra, ma “deve essere una curva ben distribuita al centro”.

Questo è prima di tutto un falso mito. Difficilmente otterrai, ma probabilmente non serve che te lo dica io e te ne sei accorto anche tu guardando gli istogrammi delle tue ultime foto, delle immagini dove l’istogramma risulta distribuito per bene al centro. Per la maggioranza delle foto che otterrai l’istogramma sarà frastagliato quanto una cresta alpina della Marmolada!

In parole povere devi buttarti alle spalle il concetto, vecchio ed antiquato figlio della fotografia teorica, della lettura dell’istogramma, imparando piuttosto ad interpretarlo.

COME SI INTERPRETA UN ISTOGRAMMA FOTOGRAFICO

Quando ti metti a fotografare, sopratutto se stai fotografando in digitale, devi tenere in considerazione due punti fulcro:

  1. la differenza tra il punto più scuro ed il punto più chiaro dell’immagine potrebbe superare (e di gran lunga) i limiti della tua fotocamera.
  2. ci sono scene che per loro stessa natura propenderanno per una predominanza di pixel scuri, ed altre dove la foto ha una predominanza di pixel molto luminosi;

OPS… che ho detto nel punto 1? Limiti della fotocamera? E che sono?

Ebbene si. La tua fotocamera non è in grado di visualizzare correttamente e allo stesso momento un determinato range di tonalità luminose quanto l’occhio umano. Si parla di Gamma Dinamica.

Affronterò la questione della gamma dinamica con un articolo dedicato perché necessità un approfondimento, ma per ora mi interessa che tu comprenda che l’istogramma in tale situazione è uno strumento fondamentale per capire se la scena che stai cercando di fotografare sfora i limiti della fotocamera digitale, dandoti modo pertanto di intervenire nel modo più idoneo per assecondare la situazione.

Ma come si capisce questa cosa?

Premetto subito che vuole un po’ di pratica e devi armarti di un po’ di pazienza. All’inizio farai un po’ fatica ad interpretare l’istogramma, ma è come quando si impara ad usare le forchette da piccoli o le bacchette al ristorante cinese! Passata la paura iniziale poi tutto è semplice. Per capire se stai sforando i limiti del sensore hai due modi complementari:

Primo metodo: osservare l’istogramma e fare attenzione che la curva del grafico non sembri schiacciarsi in modo eccessivo sul bordo sinistro o destro del fotogramma. Nell’immagine qui sotto l’istogramma ti fa capire con certezza che la foto ha delle zone d’ombra troppo marcate perché l’istogramma non è semplicemente “spostato verso sinistra”, ma si spiaccica letteralmente sul bordo sinistro dei limiti dell’istogramma! È a questo che devi far attenzione e notare quando scatti la foto.

Istogramma sottoesposto
Istogramma sottoesposto

Prendiamo un esempio opposto, ovvero una foto che presenta delle zone molto chiare come questa qui sotto. Qui l’immagine può apparirti anche buona a primo impatto, ma se guardi l’istogramma in fotografia noti che la curva è troppo schiacciata sul bordo destro. Questa cosa sta ad indicare, in modo inequivocabile, che la foto presenta delle are sovraesposte.

Istogramma sovraesposta
Istogramma sovraesposta

Se hai qualche dubbio puoi adottare anche il secondo metodo: abilitare nella fotocamera l’avvertimento di sovra-sotto-esposizione, ovvero quel strumento che ti avverte con dei lampeggi o colori accesi se ci sono aree nella foto troppo chiare o troppo scure.

Prendendo sempre come esempio le stesse foto di prima, ecco come verrebbe visualizzato l’avvertimento per le are sottoesposte della scena. In questo caso sono evidenziate in blu, ma potrebbero avere anche altri colori o lampeggiare da intermittenza (dipende dalla tua fotocamera):

Istogramma sottoesposto
Istogramma sottoesposto

Ed ora lo stesso esempio con la foto “sovraesposta” dove vale lo stesso principio. L’avvertimento è di un rosso bello intenso!

Istogramma sovraesposta
Istogramma sovraesposta

Io uso una via di mezzo. Mi affido solo all’istogramma in fase di scatto, ma ho abilitato la funzionalità di avvertimento nella mia fotocamera solo nella modalità “visualizzazione foto”. In questo modo non mi trovo elementi di disturbo in fase di scatto, ma posso farmi aiutare quando visualizzo le foto dallo schermo lcd della fotocamera.

Ma cosa posso fare quando mi trovo difronte a queste situazioni? Beh… puoi intervenire cambiando le impostazioni di scatto affinché l’esposizione sia un po’ più luminosa:

istogramma corretto
istogramma corretto

Oppure puoi intervenire per fare in modo che l’immagine sia un po’ meno luminosa:

istogramma corretto
istogramma corretto

Il punto 2: le caratteristiche dell’immagine

Il secondo fulcro sul quale si poggia l’interpretazione dell’istogramma in fotografia è quello di avere la consapevolezza che molte scene avranno per forza di cose un istogramma in fotografia sbilanciato.

Ecco alcuni esempi più comuni che ti rendono più semplice il concetto:

foto sottoesposta
foto sottoesposta

La foto sopra (foto 7) è apparentemente sottoesposta, ma in realtà si tratta dell’esposizione corretta per questo tipo di scena. Tentare di correggere l’immagine, schiarendola, avrebbe rovinato e snaturato il risultato finale.

foto sovraesposta
foto sovraesposta

Questo è l’esempio opposto (foto 8). Una scena del genere ti darà sempre e comunque un’istogramma schiacciato in modo deciso verso destra, ma è una caratteristica luminosa assolutamente normale in quel contesto. Questa immagine non va corretta cercando di recuperare le zone chiare.

Hai notato una cosa?

Non so se ci hai fatto caso, ma i due istogrammi allegati e mostrati nelle ultime due foto (foto 7 e 8) hanno una caratteristica comune: sono entrambi ben spostati verso uno dei due lati, a ridosso dei bordi, ma nessuno dei due tocca il bordo… Nella foto 8 è abbastanza chiaro, mentre nelle foto 7 bisogna fare un po’ di attenzione per notarlo.

Questa è una capacità di osservazione che devi affinare molto in fase di scatto. Se vedi che l’istogramma è spostato molto verso un lato, devi essere molto attento nel capire se va a sbattere sul bordo schiacciandosi a ridosso di esso, o se semplicemente si avvicina molto.

Questo fa la differenza tra una foto recuperabile o meno in post-produzione (specie se non usi scattare col formato rawcome spiegato in questo mio articolo)

GUARDA IL VIDEO

COMPRENDERE I LIMITI

istogramma in fotografia
istogramma in fotografia

Per finire, ti porto un esempio di una situazione nella quale ti troverai a fotografare in più di una occasione nella tua vita, ovvero quelle scene dove ci sono nello stesso momento delle zone molto chiare e molto scure (foto 9). In questo caso l’istogramma fotografico è ben lontano dalla curva al centro tanto amata dai fotografi dei forum, ma si presenta sia una curva che sbatte sul bordo sinistro e sia una curva a ridosso del bordo destro.

Sei difronte al tipica situazione dove hai raggiunto i limiti della gamma dinamica della tua fotocamera e non puoi fare una regolazione ne in un verso (schiarendo) e nemmeno nell’altro (scurendo). Che fare?

istogramma in fotografia
istogramma in fotografia

Opzione A: schiarisci la foto e te ne freghi del resto. La foto 10 è il risultato di questo intervento; hai recuperato il dettaglio nelle zone d’ombra ma perdi completamente il dettaglio nelle zone luminose.

Opzione B: scurisci la foto e te ne freghi del resto. La foto 11 è il risultato di questo intervento dove riesci a recuperare il dettaglio della superficie della neve, ma perdi tutto il resto.

istogramma in fotografia
istogramma in fotografia

Esiste però una terza opzione molto pratica: scattare in formato raw. In questo articolo puoi proprio approfondire l’argomento vedendo un video dove ho utilizzato proprio questa immagine di esempio, e potrai anche scaricare il file RAW per fare i tuoi test! Vai all’articolo “8 motivi per i quali dovresti scattare in raw”.

Siamo giunti alla fine del post. Aspetto i tuoi commenti e le tue riflessioni nei commenti…! In più, se l’articolo ti è piaciuto, ti chiedo semplicemente di condividere questo articolo sul tuo social network preferito!

Reflex compatta o Bridge?

In questo inusuale podcast del Sabato vado a rispondere ad una domanda di Guido, che mi chiede un parere/confronto tra le reflex compatte di cui ho parlato negli episodi precedenti e la Bridge Panasonic FZ1000

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LINK UTILI IN QUESTA PUNTATA

RIASSUMENDO

Cosa sono le bridge? Sono fotocamere "ibride", ovvero una cosa intermedia tra una compatta e una reflex. Include infatti tutte le caratteristiche di una reflex in fatto di comandi ed impostazioni, ma:

  • Dispongono di un sensore molto più piccolo che soffre in condizioni di scarsa luce.
  • Non hanno l'obiettivo intercambiabile.

Acquistare una bridge ha senso? Tutto sommato no.

Ha senso solo se:

  • ti serve una fotocamera con uno zoom molto potente
  • vuoi avere tutte le funzioni di una reflex/mirrorless
  • se scatti prevalentemnete di giorno
  • non vuoi avere la rottura dell'obiettivo intercambiabile

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L'iperfocale questa sconosciuta

L'iperfocale in fotografia è una tecnica che ti permette, in modo rapido e sicuro al 100%, di ottenere gli elementi posti all'infinito "pefettamente a fuoco".

Erroneamente tanti fotografi interpretano l'iperfocale come il metodo per ottenere la massima profondità di campo, ma non è vero!

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L'ERRORE COMUNE SULL'IPERFOCALE

Spesso viene spiegato che l'iperfocale è il metodo per ottenere la massima profondità di campo, ma non è corretta come affermazione o quanto meno possiamo dire con sicurezza che è "approssimativa" come affermazione.

La massima profondità di campo si ottiene esclusivamente chiudendo al massimo il diaframma, con tutte le conseguenze del caso (diffrazione ecc...), ma come si sa bene saresti un fotografo "stupido" a chiudere il diaframma a f/32 su una APS-C per ricercare questo risultato.

L'iperfocale quindi non serve per ottenere la MASSIMA profondità di campo ma serve piuttosto per raggiungere un altro risultato.

QUANDO SI USA L'IPERFOCALE

 Photo by  Mark Basarab  on  Unsplash

Photo by Mark Basarab on Unsplash

È più corretto dire che l'iperfocale è il metodo per avere la sicurezza di ottenere tutti i soggetti a fuoco (quindi nitidi) dal punto di messa a fuoco impstato fino all'infinito.

Questo è un concetto fondamentale che devi tenere a mente:

L’iperfocale è l’impostazione che ti permette di avere tutti i soggetti a fuoco (quindi nitidi) da un determinato punto scelto fino all’infinito

L'iperfocale quindi puoi calcolarla (ed ottenerla) sia usando il diaframma f/2 come a f/11. Di fatti quando si fotografano le stelle la procdura corretta è per l'appunto quella di tenere il diaframma aperto al massimo e calcolare l'iperfocale per avere la sicurezza di avere le stelle "nitide" e "puntiformi".

L'iperfocale tuttavia ti può essere comoda anche per fare fotografia "street", "paesaggistica" e anche "sportiva"!

COME SI CALCOLA L'IPERFOCALE?

 Photo by  Pietro De Grandi  on  Unsplash

Ci sono vari modi ma fortunatamente le applicazioni ci danno una mano, quindi ti posso consigliare questa: 

Siamo giunti alla fine. Aspetto i tuoi commenti e le tue riflessioni nei commenti…! In più, se l’articolo ti è piaciuto, ti chiedo semplicemente di cliccare “mi piace” condividere questo PodCast sul tuo social network preferito!

Il formato foto dell’immagine. Panoramica generale

Diciamocelo, il bello della fotografia digitale è che possiamo fare quante foto ci pare e piace senza spendere nemmeno un centesimo scegliendo il formato file digitale o più semplicemente detto formato foto! Almeno fino a quando non ti prende la sana idea di stampare le tue foto. In realtà ci sono due preoccupazioni che possono sorgere; la prima è data dalla durata della batteria, ma la seconda è più tremenda e riguarda il numero di foto che puoi salvare nella scheda di memoria.

Quante foto puoi fare con la tua fotocamera? Magari d’istinto mi dirai 300.. 400 foto. Ma se usi il formato foto RAW? In realtà la risposta si riduce ad una semplice cosa: dipende dalla qualità d’immagine.

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formato foto
formato foto

FORMATI FOTO

In sostanza, i vari formati immagine di file che puoi impostare nella tua fotocamera o scegliere in post-produzione, differiscono tra loro in base a quante informazioni fotografiche della scena desideriamo salvare all’interno di ogni file immagine (include anche i metadati) e quali invece verranno gettate via.

    Questa è la natura di base della compressione — ovvero l’eliminazione delle informazioni potenzialmente inutili — e per questo motivo possiamo individuare tre principali formati file che differiscono tra loro per la compressione e sono:

    • JPG
    • TIFF
    • RAW

    FOTO STANDAR E DIMENSIONI

    La compressione del file la puoi individuare, nel menù della tua fotocamera, anche nella possibilità di impostare ad esempio due modalità di salvataggio del file. Se hai una Canon ad esempio puoi trovare la possibilità di salvare il formato JPG in modalità:

    • Fine
    • Normal

    Questo non va confuso con la dimensione in pixel del file che puoi individuare con le sigle (L) LARGE — (M) MEDIUM — (S) SMALL.

    Ti spiego la differenza, ma prima ti chiedo un piccolo favore. A te non costa nulla, mentre a me serve per migliorare la visibilità di questo post condividendo questo articolo.

    Ipotizziamo che tu stia utilizzando una fotocamera da 18 mega-pixel; se stai scattando in modalità (S) Small puoi salvare molte più immagini nella scheda di memoria rispetto all’usare la modalità (L) Large. Cosa abbastanza ovvia immagino, ma il motivo per cui riesci ad ottenere questo è semplicemente perché la fotocamera salva l’immagine ad una risoluzione inferiore rispetto ai 18 megapixel nativi della fotocamera.

    Se prendo come esempio la Canon 7D trovo le seguenti caratteristiche:

    • FILE (L) Large = 5184 x 3456 pixel (18 megapixel)
    • FILE (S) Small = 2592 x 1728 pixel (4 megapixel)

    Come puoi notare anche tu se sfrutti questa impostazione per poter far stare molte più foto nella tua scheda di memoria finisci per dare un taglio netto alle potenzialità della tua fotocamera, pertanto non ha assolutamente senso adottare questo sistema.

    Variando l’impostazione da Fine a Normal ottieni anche in questo caso un risultato analogo, ovvero riesci a salvare molte più immagini nella scheda di memoria, ma il processo è diverso. Sia che tu usi la modalità Fine o Normal la dimensione in megapixel dell’immagine sarà analoga, tuttavia il file in formato Fine avrà una qualità visiva decisamente migliore del file in formato Normal.

    Compressione FINE Foto by Monstruo Estudio
    Compressione FINE Foto by Monstruo Estudio

    Di seguito un esempio del medesimo file salvato nelle due modalità; se guardi con attenzione è evidente la differenza (clicca sull’immagine per ingrandirla).

    Compressione FINE Foto by Monstruo Estudio Peso: 250kb

    Compressione NORMAL Foto by Monstruo Estudio
    Compressione NORMAL Foto by Monstruo Estudio

    Compressione NORMAL Foto by Monstruo Estudio Peso: 50kb Ora vediamo i vari fomiti dei file.

    FORMATO FOTOGRAFIE JPEG

    Il formato JPEG (o JPG) è la forma più popolare e conosciuta di memorizzazione delle immagini digitali. Quando scatti in formato JPEG hai la garanzia di avere il miglior compromesso tra qualità dell’immagine e spazio occupato nella scheda di memoria. In sostanza riesci a salvare molte foto nella scheda di memoria pur avendo la garanzia di ottenere immagini di alta qualità.

    Tuttavia, il formato JPEG è forse il peggior formato file tra i tre indicati inizialmente, perché l’algoritmo di compressione utilizzato per salvare l’immagine elimina talmente tante informazioni da rendere praticamente impossibile effettuare su questo formato di file una post-produzione avanzata (come la correzione del colore, nitidezza o recupero delle luci ed ombre). Inoltre il formato JPG soffre di un problema particolarmente fastidioso: ogni volta che si fa una modifica e si ri-salva il file, questo perde progressivamente qualità (come il fare una fotocopia di una fotocopia… man mano che si fanno delle copie la qualità peggiora progressivamente).

    Ma perché questo formato, con tutti questi svantaggi nella post-produzione, è diventato il più diffuso e preferito? Beh, come detto inizialmente per il fatto che permette di ottenere immagini di ottima qualità nonostante i file pesino molto poco, ma anche perché è un formato che viene facilmente riconosciuto da tutti i device e hardware. Quindi risulta facile da usare per pubblicare le foto su Facebook, guardare le foto nella TV o in un qualsiasi computer.

    Se disponi di una fotocamera che realizza buone foto JPG e non usi fare della post-produzione particolarmente spinta, puoi usare questo formato senza farti tanti problemi.

    FORMATO TIFF

    Il formato TIFF (o TIF) è considerato il formato standard per chi fa della post-produzione sui file fotografici. E’ un formato altamente flessibile che utilizza un algoritmo di compressione senza perdita di dati, quindi non c’è un degrado dell’immagine durante la compressione. Questa capacità di conservare molte informazioni nel file immagine lo rende molto utile sopratutto per farci delle elaborazioni complesse dei file immagine.

    A differenza dei un JPEG, un file TIFF può essere modificato e ri-salvato in continuazione senza mai perdere la qualità dell’immagine. Inoltre, se sei abituato a fare della post-produzione attraverso l’uso di software alternativi come Adobe Photoshop o Gimp, permette di salvare i livelli in modo da poterli rivedere in futuro.

    Esistono due tipi di configurazioni TIFF — 16 bit e 8 bit; 16 bit fornisce ulteriori informazioni per manipolare l’immagine finale attraverso un software di post-produzione (ad esempio cambiamenti di saturazione nel colore, bilanciamento del bianco, modifiche nella luminosità e contrasto ecc…), e 8bit (migliore per l’archiviazione e la stampa), che mantiene tutto il “lavoro” che hai fatto sulla foto (livelli), ma salva a una dimensione relativamente piccola.

    Si parla di dimensioni relativamente piccole, ma non devi illuderti; i file TIFF possono arrivare fino a 50 MB per ogni immagine, ma io ne ho anche da 400–500mb. Tuttavia questo formato file ti permette di realizzare delle stampe di grandi dimensioni (gigantografie) senza rilevare artefatti digitali fastidiosi.

    L’unico aspetto negativo del TIFF è che la maggior parte delle fotocamere non ti permette di salvare direttamente in fase di scatto attraverso questo formato di immagine; in pratica la maggior parte delle fotocamere non salvano i file in TIFF, ma puoi ottenerlo dallo sviluppo del RAW.

    Allora come ti sembra questo articolo? Ti piace? Perché non lo condividi con i tuoi amici o sul tuo social network preferito? Aiuterai sia il blog a crescere e potresti suggerire qualcosa di interessante a chi ti sta attorno!

    formato foto
    formato foto

    FORMATO FOTOGRAFIE RAW

    Il formato RAW (o “Negativo Digitale) è un formato che, per dare un’idea, corrisponde ad un negativo della pellicola. Con un negativo della pellicola non vedi l’immagine, ma puoi fare numerose e diverse stampe per visualizzarla. Il RAW è sostanzialmente la stessa cosa in versione digitale, per questo chiamato anche ”Negativo Digitale”, e non può essere visualizzato, ma devi obbligatoriamente trasformarlo in un formato visualizzabile attraverso un computer, TV o proiettore (solitamente TIFF o JPEG).

    Inoltre il bello del formato RAW è che registra praticamente tutte le informazioni catturate dal sensore digitale della fotocamera e questo ti da la possibilità di effettuare una post-produzione notevole, anche estrema, sui file immagine che hai ottenuto.

    A questo punto forse ti risulta abbastanza ovvio capire quando devi usare il formato RAW. Se hai già in mente di fare della post-produzione avanzata, oppure ti torvi in condizioni luminose critiche, scegliere questo formato potrebbe essere veramente la tua ancora di salvezza.

    Immagina di dover fare delle foto in una situazione dove il bilanciamento del bianco è difficile da determinare ed impostare correttamente, oppure ti ritrovi in condizioni luminose con forti contrasti (zone scure e chiare allo stesso momento); con il formato RAW puoi correggere tutte queste cose velocemente e in modo efficace in post-produzione senza perdita alcuna di qualità, oppure puoi recuperare dettagli nelle zone chiare e scure senza tanti problemi.

    Formato file
    Formato file

    Formato File
    Formato File

    Sopra: foto originale RAW | Sotto: foto recuperata dal RAW

    Con un’immagine realizzata in JPEG non saresti mai in grado di ottenere gli stessi risultati, te lo garantisco! Se vuoi approfondire l’argomento sul file raw ti consiglio di leggere questo mio articolo!C’è anche un video dove elaboro 3 file!

    ESISTE UN FORMATO STANDARD FOTO?

    A questo punto ti starai chiedendo: quale formato foto devo usare? In realtà non esiste una risposta definitiva, questa è una decisione che devi fare in base alle tue esigenze fotografiche e di post-produzione, ma posso darti delle linee guida per decidere. Forse ti è più semplice effettuare la scelta in base alle dimensioni dei file:

    • Il file JPEG/JPG sono leggeri, praticamente non necessitano di post-produzione, e occupano poco spazio nella scheda di memoria.
    • Il formato RAW è pesante, ogni foto salvata corrisponde ad un file che può pesare anche 22 mb e necessita di una post-produzione dedicata. Tuttavia con il RAW puoi estrapolare tutto quello che ti serve per sistemare l’immagine che hai in mente.

    Se non è nella tua indole effettuare della post-produzione, o ne fai molta poca, non farti problemi ad usare il formato file JPEG. Se voi avere invece il pieno controllo dello sviluppo dell’immagine sfruttando tutta la qualità del sensore digitale della tua fotocamera, allora usa il formato file RAW.

    Va fatta una precisazione sul formato RAW: come ho detto inizialmente questo formato immagine necessita di una trasformazione. Ma questo significa che ogni volta che apro questo file devo effettuare una post-produzione dall’inizio anche se avevo creato dei livelli di regolazione? Effettivamente è così, ma solitamente i professionisti, una volta effettuata la trasformazione del file RAW attraverso la Post-Produzione con Adobe Photoshop ad esempio, lo salvano in formato TIFF in modo da garantirsi il salvataggio di un file post-prodotto alla massima qualità possibile. Questo ti da modo di poter, magari in futuro, riprendere in mano il file TIFF e continuare la post-produzione fino ad allora realizzata, specie se il file viene salvato con i relativi Livelli.

    Esiste anche un formato chiamato DNG. Questo formato, sviluppato dalla ADOBE ed utilizzato da qualche marca di fotocamera, è a tutti gli effetti un RAW (tecnicamente significa Digital NeGative) ed è stato creato con l’intento di raggiungere gli stessi risultati del formato “PDF” nei testi: un formato universale e riconosciuto da tutti. Tuttavia, non sono riusciti nell’intento, almeno fino ad ora, e tutte le varie case produttrici continuano ad avere i loro RAW personalizzati (detti anche proprietari):

    • Nikon ha i NEF
    • Fuji ha i RAF
    • Canon ha i CR2
    • ecc..
    formato foto
    formato foto

    UNA CONSIDERAZIONE

    Ok, ora probabilmente hai compreso qual’è la differnza tra i vari formati e forse hai anche un’idea più chiara su cosa scegliere in base alle tue necessità, tuttavia ricorda che le schede di memoria ormai costano poco. Forse la scelta migliore è quella di acquistare una scheda di memoria capiente e scattare sempre con il formato foto che ti garantisce la massima qualità (differenziando la scelta solo tra RAW e JPEG in base alle tue necessità pratiche).

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    Fotografare in digitale oppure usare una fotocamera analogica?

    Meglio fotografare in digitale oppure utilizzare una macchina fotografica analogica? Quale tra i due sistemi è migliore e quale dei due ti fa "diventare fotografo"? Un dibattito senza fine questo.

    Io ci aggiungo che ritengo si tratti di un dibattito senza senso.

    Lo dico perché si va a paragonare due sistemi, uno molto diverso dall'altro nonostante entrambi facciano parte di un solo mondo: LA FOTOGRAFIA!

    Un po' come paragonare se sia meglio mangiare frutta o verdura… Fanno entrambe bene e una non preclude l’altra.

    Sinceramente non mi sono messo a scrivere queste righe per fare l'ennesimo articolo su quale dei due sistemi sia il migliore.

    Non è il dibattito tecnico che voglio affrontare, ma quello concettuale.

    Prima di iniziare, specie se è la prima volta che leggi il mio blog, ti vorrei suggerire di iscriverti alla newsletter. I motivi ti possono sembrare banali, ma in realtà iscrivendoti riceverai prima di tutto, e gratuitamente, delle guide per apprendere alcune tecniche fotografiche. Per secondo, riceverai settimanalmente dei consigli e suggerimenti fotografici rivolti esclusivamente a chi è iscritto. CLICCA QUI PER SAPERNE DI PIÙ »

    CON LA FOTOCAMERA ANALOGICA DIVENTI UN FOTOGRAFO MIGLIORE!

    Quando parlo con persone che, magari, sono nate e cresciute con la fotocamera analogica e sono state inglobate nell’avvento del digitale ad età avanzata, di solito il dibattito sulla fotografia ha il medesimo epilogo:

    • Solo con l’analogico si impara veramente a fotografare.
    • Con l'analogico non puoi fare errori perché non puoi intervenire sulle immagini in post-produzione.
    • Con l'analogico le foto sono più naturali perché non puoi intervenire in post-produzione.

    Niente di più sbagliato. Voglio metterlo in chiaro fin da subito. Chi scattava con l'analogico in fase di sviluppo o stampa riusciva a correggere ben più di qualche errore.

    Attraverso tempi di sviluppo un po' più lunghi rispetto al solito o nella gestione della stampa si riusciva a recuperare molto nelle immagini realizzate, come ad esempio gli errori di esposizione.

    In fase di stampa - ovvero la fase che prevede la "nascita" della foto sulla carta vera e propria - le cose erano ancora più divertenti.

    Mascherare delle aree per non schiarirle troppo, favorendone invece altre non mascherate, era una prassi quasi all’ordine del giorno.

    Ansel Adams, maestro della fotografia “bianco & nero”, faceva un uso estremo di questa pratica nella realizzazione delle sue opere che - guarda caso - hanno fatto la storia.

    A volte mi chiedo come l’avrebbe presa Ansel Adams se  ai suoi tempi gli avessero proposto software grafici come Adobe Photoshop, Adobe Lightroom o Affinity Photo

    Secondo me avrebbe fatto i salti di gioia e oggi sarebbe un “guru di Photoshop” che vende migliaia di corsi su Udemy. :D

    Ma tornando a noi… anche il crop, che spesso qualcuno si chiede se sia una prassi “corretta” da fare in fotografia, è una questione che non avrebbe nemmeno senso tirare in ballo.

    Ai tempi della stampa, semplicemente ingrandendo l'immagine o utilizzando una carta con dimensioni più piccole, si riusciva a fare un crop!

    FOTOGRAFARE IN DIGITALE O MANCANZA DEL DIGITALE?

    C’era, quindi, nell’analogico qualcosa che “aiutava” ad essere migliori fotografi oppure no?

    In realtà qualcosa di vero c’è… Ma non c'entra con “il modo di fare le foto” quanto piuttosto con un aspetto “tecnico” che portava irrimediabilmente a dover approcciarsi alla fotografia (in generale) in modo diverso: le limitazioni.

    Le limitazioni erano un aspetto intrinseco della fotografia analogica, ma non in senso negativo. Era la tecnologia che in fondo mancava.

    Quando la fotografia analogica regnava sovrana, e qui mi riferisco al periodo prima degli anni '90, i vari aiuti tecnologici che oggi troviamo anche nelle macchine fotografiche entry-level, mancavano totalmente perfino nelle ammiraglie.

    Fotografare in digitale

    Tuttavia, ad un certo punto, anche nell’analogico le cose sono pian piano cambiate. La Canon EOS 1N, al momento del lancio nel 1994, vantava la possibilità di effettuare esposizioni multiple.

    Ma non solo due esposizioni come al solito; bensì fino a dieci esposizioni, tutte misurate in modo da non bruciare le zone della pellicola già esposte.

    Eh sì! Una macchina piena di tecnologia se prendiamo in considerazione che aveva molte caratteristiche simili alle moderne digitali:

    • le performance dell'esposimetro erano molto simili al digitale,
    • la raffica era di tutto rispetto,
    • il numero e la sensibilità dei punti di messa a fuoco identici ai punti AF trovati nelle DSLR
    • la possibilità di fare bracketing come con il digitale… ma su una macchina a pellicola (analogica per l’appunto).

    Come mai, allora, resiste questa idea diffusissima che l'analogico ti fa diventare un miglior fotografo?

    Riflettendoci sopra ho trovato una risposta che, personalmente, ritengo la più valida tra le tutte: LA DIFFICOLTÀ DI VEDERE SUBITO IL RISULTATO

    La mancanza di qualsiasi aiuto nella preparazione ed esecuzione dello scatto rendeva difficile anticipare quello che sarebbe accaduto durante e dopo lo scatto.

    La Canon FTb, aveva un'esposimetro che indicava solo se la foto era sotto o sovra esposta, mentre quelli digitali ti dicono addirittura di quanto.

    Il Live View è di grandissimo e immediato aiuto nella composizione e valutazione dello scatto, dando una rappresentazione molto fedele su come verrà la foto dopo lo scatto.

    Con l'analogico si doveva anticipare quasi tutto: la messa a fuoco, soprattutto con soggetti in movimento, il bilanciamento del bianco attraverso appositi filtri.

    Si doveva anticipare persino la luce disponibile o il tipo di fotografia/soggetto da fotografare, per scegliere la pellicola adatta.

    Ecco, tutto questo era un lavoro di anticipazione, mentre con il digitale si può fare in post produzione, cioè dopo lo scatto.

    Un altro aspetto trascurato da molti, era la scarsità delle ottiche disponibili al tempo.

    Parliamo sempre dell'epoca ante '90. Precedentemente all'inizio del ventunesimo secolo, erano pochi i sistemi che potevano mettere a disposizione focali che partono dal fish-eye per arrivare al super tele da 800mm o 1200mm.

    Per non parlare degli obiettivi zoom, soprattutto nella zona delle focali corte e normali, tipo il 24-70mm. Quelle esistenti avevano una qualità ottica a dir poco scandalosa.

    Tutto questo non faceva altro che obbligare il fotografo a pensare bene prima di scegliere un'obiettivo e ragionare molto sull'inquadratura.

    Quindi, tutte queste limitazioni obbligavano ad usare di più l’attrezzo che oggi viene utilizzato spesso solo per dare l'impulso al dito indice, a premere il pulsante di scatto: IL CERVELLO!

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    Fotografare in digitale

    OK, MA A QUESTO PUNTO MI DIRAI

    ”hei d'accordo, hai parlato tanto per dar ragione a chi sostiene la supremazia dell'analogico nell'educazione fotografica!"

    In una lettura superficiale ovviamente questo mio scritto non fa altro che confermare ed esaltare l’ego di chi ha sempre sostenuto questo.

    Ma in realtà, con una lettura più attenta di quanto ho scritto, capiresti che alla fine le limitazioni dell’analogico - che indirettamente portavano i fotografi a diventare consapevoli della fotografia che facevano - sono aspetti che si possono adottare anche quanto ti approcci a fotografare in digitale.

    Immagina ora di fare esattamente la stessa cosa con la tua reflex digitale.

    L’ESERCIZIO ANALOGICO PER FOTOGRAFARE IN DIGITALE

    Per un'anno intero vai a scattare solo con una focale, a tua scelta! Anzi, sono clemente e ti concedo tre focali.

    • 24m
    • 50mm
    • 200mm

    Nota: anche se non hai esattamente queste focali non cogliere l’occasione per escluderti da questo esercizio. Prendi tre focali o fissa 3 focali sul tuo obiettivo zoom che si avvicinino a queste.

    Per ogni uscita dovrai scegliere solo una focale da utilizzare, dovrai anticipare le condizioni di luce che potrai impostare e utilizzare solo una sensibilità ISO.

    Per ogni uscita, infine, dovrai stabilire un numero limitato di scatti, diciamo 36.

    Massimo 36 scatti al giorno, nelle uscite di più giorni, esattamente come se avessi un rullino di 36 pose nel corpo macchina.

    Fotografare in digitale

    Quindi, riepilogando, ecco un esercizio da fare da qui in avanti per un anno:

    • scegliere 3 focali ed usarne solo 1 ad ogni uscita;
    • ogni uscita usare 1 sola sensibilità ISO;
    • ogni uscita fare al massimo 36 foto (come si disponesse solo di un rullino).

    Finiti i 365 giorni con il digitale-analogico andrai ad analizzare e confrontare i tuoi scatti con quelli precedenti.

    Ti anticipo un verdetto: le fotografie realizzate nell'ultimo periodo saranno di gran lunga migliori di quelle che hai fatto in tutti gli anni precedenti.

    E stranamente… non è stato merito dell’analogico ma solo di un “approccio” diverso alla fotografia.

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    Termini fotografici basilari per chi scopre la fotografia

    Quando affronti la fotografia per la prima volta è facile incappare in termini fotografici dei quali non ne comprendi minimamente il significato. A volte capita che anche gli esperti si lascino sfuggire il significato di qualche termine fotografico, figurati chi è all’inizio… Di cosa sto parlando?

    • La lunghezza focale
    • Il fattore di moltiplicazione
    • L’angolo di campo
    • L’apertura
    • Obiettivo veloce
    • Obiettivi fissi e zoom
    • Il micromosso e lo stabilizzatore
    • Filtro digradante

    Se sei all’inizio della tua avventura fotografica è probabile che di alcuni di questi termini tu non comprenda il significato o tu ne abbia un’idea molto vaga.

    Lo so perché ricevo tutti i giorni mail dove mi vengono fatte domande che evidenziano queste lacune, ma non devi preoccuparti.

    Come tutte le cose fin quando qualcuno non te le spiega è normale non conoscerle o averle solo intese senza una precisa spiegazione.

    LA LUNGHEZZA FOCALE

    Termini fotografici

    La lunghezza focale dell’obiettivo è quel numeretto in “millimetri” che trovi indicato sugli obiettivi. Lo trovi lateralmente o anche davanti.

    Probabilmente il tuo obiettivo, quello che ti hanno dato in dotazione con la fotocamera, ha un’indicazione tipo 18–55mm o simile.

    Ma che cosa indica?

    Beh… se vogliamo fare i tecnici indica la distanza, in millimetri appunto, tra il centro dell’obiettivo quando è posto all’infinito ed il sensore digitale. Ahhh……. Scommetto che ora hai le idee chiarissime vero?

    Dal lato pratico però forse a te non interessa molto conoscere questo significato

    Io credo che dal lato pratico ti risulterà più facile comprendere cosa significa questo dato considerando che:

    • un numero più basso indica un ingrandimento minore;
    • un numero più alto indica un ingrandimento maggiore;

    Compreso questo puoi successivamente tenere in considerazione che:

    • un numero più basso indica un obiettivo più corto e leggero;
    • un numero più alto indica un obiettivo più lungo e pesante;

    Di conseguenza se disponi di un obiettivo con focale 18mm e successivamente lo cambi con un obiettivo di focale 55mm ti ritroverai un’immagine molto più ingrandita rispetto alla precedente: più del doppio.

    Anche l’obiettivo sarà ovviamente molto più grande ed ingombrante.

    Un obiettivo co focale 18mm di solito è più piccolo e leggero di un obiettivo con focale 50mm.

    Hai presente gli obiettivi che vedi usare dai fotografi agli stadi di calcio alla TV o alle dirette delle Olimpiadi? Ecco… quelli sono obiettivi con focali dai 500mm ai 600mm, per questo motivo sono così grandi ed ingombranti (e pesano anche!).

    L’obiettivo in dotazione come il 18–55mm di cui ho accennato prima indica che la tipologia di ottica permette di passare dalla focale di 18mm a quella di 55mm, hai quindi modo di “ingrandire” progressivamente l’immagine (ma di questo te ne sei accorto pure tu). Questo obiettivo si chiama “zoom”.

    Per contro le dimensioni dell’obiettivo zoom rimangono quelle della focale massima: 55mm.

    Se bene o male hai compreso il significato della focale allora puoi fare un passo ulteriore approfondendo la tipologia di obiettivi, che si differenziano in base appunto alla lunghezza:

    • obiettivi grandangolari (se hanno focali molto corte)
    • teleobiettivi (se hanno focali molto lunghe)

    IL SENSORE APSC — FULLFRAME — MFT

    Termini fotografici

    Sentirai spesso persone parlare di sensore APS (o APS-C), FullFrame oppure MFT (oppure detto anche micro 4/3).

    In sostanza è bene sapere che non esiste solo un formato e dimensione di sensore digitale in commercio ed installato nelle fotocamere, ma ne esistono di vari tipi e quelli che ti ho indicato sono i più comuni.

    Il sensore FullFrame è grossomodo un sensore digitale delle stesse dimensioni della pellicola che si usava un tempo (si trovano ancora… non si sono estinte), ma inizialmente costava molto produrre questo tipo di sensori, quindi ne hanno creati di più piccoli come:

    • il formato APS-C
    • il formato MFT (Micro 4/3)

    Il formato APS-C è una copia più piccola del formato FullFrame, quindi mantiene le stesse proporzioni in larghezza ed altezza (rapporto 3:2).

    Essendo stato il formato preferito e sviluppato agli albori della diffusione delle fotocamere digitali, attualmente è ancora il formato più diffuso sulle fotocamere digitali a partire dalle reflex e mirrorless base.

    Il formato MFT (Micro 4/3) oltre ad essere più piccolo del formato FullFrame, ha anche una proporzione diversa tra larghezza ed altezza (appunto un rapporto 4:3 dal quale trae il nome).

    È assolutamente importante che tu sia consapevole del tipo di sensore di cui è dotata la tua fotocamera digitale, perché questo determina tutti i ragionamenti successivi che dovrai fare nella scelta degli obiettivi.

    IL FATTORE DI MOLTIPLICAZIONE

    Questo è un’altro di quei termini che viene usato molto in fotografia e nei quali sarai sicuramente incappato perché si tratta di una conoscenza tecnica basilare.

    Poco fa ti ho spiegato cos’è la lunghezza focale, quel numeretto in “millimetri” indicato nell’obiettivo, ma ora devi sapere che il tipo di sensore va ad influenzare la lunghezza focale effettiva.

    Se per esempio vai ad utilizzare una focale di 50mm sulla tua fotocamera reflex dotata di un sensore APS-C, la focale effettiva apparente non è 50mm, bensì 80mm.

    Sarebbe più corretto dire che si tratta di una differenza di “angolo di campo inquadrato”, ma per prassi si preferisce esporre il concetto basandosi sulla “focale apparente”.

    Questo succede perché il sensore APS-C, essendo un po’ più piccolo, riesce a catturare una porzione più piccola della scena inquadrata dall’obiettivi, e per questo risulta apparentemente più ingrandita.

    Al lato pratico significa che hai un in ingrandimento maggiore e per rendere “comprensibile” questa cosa si è definito il “fattore di moltiplicazione”, ovvero un calcolo che rendere facile determinare qual’è la focale effettiva apparente.

    • Per le fotocamere Canon basta moltiplicare il numero sull’obiettivo per 1,6
    • Per le fotocamere Nikon/Pentax basta moltiplicare per 1,5
    • Per le fotocamere Olympus/Panasonic che usano il formato 4/3 si deve invece moltiplicare per 2

    Devi comunque tenere in considerazione che non ti accorgerai mai di questa “differenza” fin tanto che usi sempre la stessa tipologia di fotocamera.

    Se usi sempre fotocamere con sensore APS o Micro 4/3 (che mediamente costano meno di una fotocamera con sensore FullFrame) non ci farai caso.

    Le cose cambiano se però ad un certo punto deciderai di acquistare una fotocamera con sensore FullFrame; in questo caso ti renderai subito conto che gli obiettivi che usavi prima danno un ingrandimento minore e questo è dovuto al fattore di moltiplicazione che viene a mancare nelle fotocamere con sensore FullFrame.

    Ovviamente devi tenere a mente questo fattore di moltiplicazione quando magari vai a discutere e confrontarti con altre persone e fotografi.

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    L’ANGOLO DI VISUALE (O PROSPETTIVA)

    Termini fotografici

    Anche se questo termine viene tirato in causa principalmente da tecnici della fotografia, è bene conoscerne il significato e a cosa si riferisce.

    Oggi obiettivo ha un suo angolo di visuale (permette in pratica di ottenere una determinata prospettiva) e generalmente questo angolo di visuale è maggiore man mano che diminuisce la focale in millimetri.

    Un maggiore angolo di visuale permette di vedere vedere e catturare “molte più cose” con un unico scatto, ma per contro queste saranno molto piccole.

    Un minor angolo di visuale riduce la visione a pochi elementi, ma questi saranno molto più grandi e dettagliati nel fotogramma ottenuto.

    Ma è veramente importante conoscere l’angolo di visuale (o prospettiva)?

    Beh… non voglio sminuire l’aspetto tecnico, ma ad essere sinceri forse i fotografi identificano il tipo di obiettivo e hanno idea della prospettiva che andranno a catturare ragionando sulla focale e non sull’angolo di campo.

    In altre parole:

    • un fotografo paesaggista che vuole catturare con la sua fotocamera molto più territorio possibile in un unico scatto, tenderà a preferire gli obiettivi con angolo di campo elevato e questo si ritrova negli obiettivi grandangolari (arrivando fino ai fisheye, obiettivi che catturano un angolo di campo pari a 180°).
    • chi fa fotografia naturalistica invece magari ha la necessità di avere un angolo di campo molto ridotto perché vuole concentrare la visuale dello spettatore in un unico elemento molto dettagliato. Per questo motivo questo tipo di fotografo tenderà a preferire i teleobiettivi.

    Esiste un obiettivo che permette di replicare indicativamente quello che vediamo ad occhio nudo?

    Beh… per consuetudine, anche se non è propriamente corretto, si tende ad individuare nella focale di 50mm (su fullframe) l’obiettivo che da un angolo di campo simile all’angolo di visuale attiva dell’occhio umano.

    APERTURA

    Termini fotografici

    Quando si parla di apertura si fa sempre riferimento al diaframma nell’obiettivo.

    Il diaframma, che si trova all’interno dell’obiettivo, ha il compito di regolare la quantità di luce che arriverà al sensore.

    Il diaframma può essere impostato ad un’apertura molto piccola o molto grande e questo si regola tramite i valori diaframma che imposti tramite la tua fotocamera quando scatti in modalità manuale o in priorità di diaframma.

    • Un’apertura molto ampia permette, ovviamente, di far passare molta già luce che arriverà al sensore.
    • Un’apertura molto piccola farà passare molta meno luce.

    I valori di apertura del diaframma sono identificati con dei numeri che di fatto sono un rapporto: ad esempio se nella tua fotocamera imposti 2.8 oppure 5.6 sta a significare che hai impostato un’apertura pari a f/2.8 oppure f/5.6.

    Ora devi stare molto attento/a a quello che andrò a dirti: è molto importante che tu sia consapevole e ricordi che un valore BASSO del diaframma sta ad indicare un’apertura grande mentre un valore ALTO del diaframma sta ad indicare che il diaframma è molto chiuso.

    Ad esempio il valore 2.8 rispetto al valore 5.6 sta ad indicare che il diaframma è molto più aperto e lascia passare molta più luce.

    Non devi in pratica incappare nell’errore di credere che un valore più alto del diaframma stia ad indicare, come la logica ci tende ad insegnare, che il diaframma sia più aperto e faccia passare più luce.

    Ma perché complicarsi la vita in questo modo e non definire uno standard di misurazione diverso?

    In realtà c’è una motivazione tecnica dietro, infatti il rapporto è universale e vale a prescindere dall’obiettivo che vai ad utilizzare.

    Qualsiasi obiettivo, anche se diversi tra loro, se aperto ad una apertura f/4, farà passare la medesima quantità di luce, a prescindere se si tratti di un grandangolare, teleobiettivo o zoom.

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    LENTE VELOCE

    Termini fotografici

    Se senti qualcuno dire “è un obiettivo molto veloce”, di solito significa che si tratta o sta facendo riferimento ad un obiettivo che permette di aprire moltissimo il diaframma.

    É un processo naturale e logico: un obiettivo che permette di aprire di più il diaframma permette — come indicato prima — di far passare molta più luce e di conseguenza la fotocamera usare un tempo di scatto molto più veloce.

    Tra l’altro l’autofocus delle fotocamere moderne tende a funzionare meglio ed essere più performante quando l’obiettivo lascia passare molta più luce, di conseguenza un obiettivo che permette di far passare molta già luce di solito è sia più rapido nei tempi di scatto, ma anche già rapido nella messa a fuoco.

    OBIETTIVI FISSI VS. ZOOM

    Termini fotografici

    Spesso incapperai in discussioni dove delle persone sostengono che gli obiettivi “fissi” sono meglio degli “zoom” e vice versa.

    Gli obiettivi fissi sono quelli che, di fabbricazione, permettono di avere una sola focale (per questo motivo viene indicata come “fissa”).

    Gli obiettivi zoom, come quello di cui sei in possesso molto probabilmente, permettono invece di variare la focale da un valore minimo ad uno massimo.

    L’esempio più comune è il classico zoom 18–55 dato in dotazione con la fotocamera che hai acquistato.

    Di solito gli obiettivi “fissi” hanno tra le loro caratteristiche la maggiore compattezza, dovuto sopratutto al fatto che disponendo di una sola focale sono stati costruiti per le dimensioni necessarie a gestire quella focale, e anche una migliore qualità ottica dovuta dal fatto che gestendo una sola focale non dispongono di tante lenti quante quelle presenti in un obiettivo zoom.

    Nel lato pratico ormai gli obiettivi zoom hanno raggiunto un tale livello ottico che il vantaggio qualitativo viene un po’ meno, ma rimane pur sempre il problema degli ingombri e peso che fanno a tanti preferire ancora oggi gli obiettivi fissi.

    Ci sono infine degli obiettivi zoom che io sconsiglierei di adottare, ovvero quegli obiettivi come un 18–300mm o 18–200mm che all’apparenza sembrano essere la soluzione ideale per poter fare “tutto”, ma nella realtà pratica hanno un sacco di limiti perché — in fotografia come in tanti altri ambiti — non esiste l’oggetto che ti permette di fare tutte le cose bene.

    IL MICROMOSSO

    Termini fotografici

    Il microcosmo è un effetto negativo che si riscontra nelle immagini quando non si usa un tempo di scatto sufficientemente veloce.

    Quando fai una fotografia devi impostare (o lo fa la fotocamera in base al tipo di “metodo di scatto” che hai impostato) tra i vari parametri il TEMPO DI SCATTO, ovvero per quanto tempo la fotocamera deve registrare la scena.

    Immagina di fotografare una macchina di formula 1 in corsa:

    • se fai una foto con un tempo di scatto di 5 secondi ovviamente non potrai mai catturarla nel modo corretto e ti ritroverai una foto con una macchia colorata che non si capisce bene di cosa si tratta;
    • se imposti un tempo di scatto di 1 millesimo di secondo invece avrai buone probabilità di catturare la scena nel modo corretto.

    Il micromosso lo riscontri quando magari “sei convinto/a” di aver usato un tempo di scatto sufficientemente veloce in fase di scatto, ma poi guardando la foto al computer ti rendi conto che l’immagine è leggermente mossa: questo è il micromosso (ovvero una situazione dove il mosso è talmente minimo che inizialmente non ci avevi fatto caso).

    L’occhio umano in questa situazione non riesce generalmente a percepire che l’immagine è leggermente mossa (fintanto che non vai ad analizzare la foto al computer ingrandendo i particolari al 100%) ma percepisce che qualcosa non va.

    In genere il micromosso viene percepito come una leggera perdita di definizione dell’immagine, in pratica viene percepita come leggermente sfocata.

    Il micromosso può essere causato da due fattori:

    • la velocità dell’oggetto fotografato (spiegato prima con un esempio)
    • il fatto che non tieni sufficientemente ferma la macchina (a mano libera) in base al tempo di scatto usato.

    LO STABILIZZATORE

    Lo stabilizzatore è un sistema ed innovazione tecnica che ormai si trova in quasi tutti gli obiettivi e ha uno scopo: eliminare il micromosso causato dal fatto che non tieni sufficientemente ferma la macchina in fase di scatto (a mano libera).

    In pratica lo stabilizzatore va ad annullare i micro-movimenti che fai fare alla fotocamera permettendoti di catturare l’immagine nel modo corretto.

    Lo stabilizzatore si può trovare negli obiettivi (quindi trovi obiettivi che incorporano un sistema di lenti che si muovono per correggere la proiezione ed allineamento dell’immagine sul sensore), ed in questo caso ogni obiettivo ha il suo stabilizzatore incorporato.

    Oppure si può trovare nel sensore, ovvero il sensore è dotato di un sistema elettronico che lo fa oscillare in modo tale da mantenere sempre l’immagine allineata nel modo corretto.

    Quale dei due è migliore? Nessuno. Entrambi i sistemi sono molto validi.

    Spesso quando sia affronta la fotografia da poco si fa un po’ di confusione sull’utilità ed uso dello stabilizzatore e anche le case produttrici di fotocamere a volte alimentano questa confusione facendo vedere dei test dove “grazie allo stabilizzatore di ultima generazione si possono fare scatti a mano libera anche con tempi di 20 secondi”.

    Faccio chiarezza: è bella questa cosa dei 20 secondi a mano libera, tuttavia lo stabilizzatore non è in grado di “bloccare” il movimento del soggetto in movimento, pertanto — prendendo come esempio di prima la macchina di formula 1 — se non usi un tempo di scatto sufficientemente veloce non ci fai nulla dello stabilizzatore.

    Se usi un tempo di scatto di 20 secondi, anche se lo fai a mano libera, otterrai comunque un’immagine con il soggetto mosso.

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    IL FILTRO DIGRADANTE

    Per finire ti parlo del “filtro digradante”.

    Cosa sono i filtri bene o male credo tu lo abbia capito. Anche se oggi si fa tutto in post-produzione sai bene che se vuoi, puoi applicare davanti all’obiettivo un filtro colorato (rosso, arancio, giallo ecc…) pre ottenere delle immagini con delle dominanti.

    Probabilmente se sei nuovo della fotografia qualcuno ti avrà consigliato di prendere un filtro protettivo (clicca qui per leggere un articolo dedicato) per la lente (filtri skylight oppure UV).

    Oppure avrai sentito parlare del filtro polarizzatore (clicca qui per leggere un articolo dedicato) o addirittura del filtro neutro per fare le esposizioni lunghe.

    Ma il filtro DIGRADANTE? Il filtro digradante è sempre un filtro ma con una caratteristica particolare: non è uniforme su tutta la superficie.

    I filtri digradanti sono come questi: Ti servono? Beh… diciamo che hanno un loro uso particolare e visto che sei all’inizio forse per ora non ha senso approfondirne l’uso.

    Siamo giunti alla fine del post. Aspetto i tuoi commenti e le tue riflessioni nei commenti…! In più, se l’articolo ti è piaciuto, ti chiedo semplicemente di cliccare “mi piace” condividere questo articolo sul tuo social network preferito!

    Esposimetro nella fotocamera. Cos’è e a cosa serve

    A tutti è capitato di fotografare una scena con diverse fonti luminose, il risultato è una zona troppo scura o troppo chiara. Oppure di bruciare una foto a causa di un cattivo settaggio manuale. Per ovviare a questi casi è nato l’esposimetro che quantifica la luce presente suggerendo i parametri giusti per scattare, questi parametri sono il tempo di scatto e il diaframma.

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    Esposimetro

    UN PO’ DI STORIA

    L’esposizione è un tema affascinante perché frutto di complicati anni per i fotografi del tempo.

    Agli albori infatti era comune crearsi da soli le lastre fotografiche e i tempi dell’esposizione venivano misurati in minuti, da ciò nascevano prove su prove per capire quale fosse la migliore e saggiare con gli anni la propria esperienza.

    Nonostante ci fossero delle tabelle da studiare, erano talmente personali e soggettive da provocare più errori che aiuti. I fotografi preferivano perciò determinare da soli i parametri da usare, anche perché la luce era un fattore talmente sensibile da non potersi fidare facilmente del parere altrui (un fotografo di Parigi, ad esempio, assisteva a un tipo di illuminazione sicuramente diverso rispetto a un fotografo di Berlino).

    L’inizio della standardizzazione avvenne alla fine del XIX secolo, con la creazione dei primi materiali sensibili. I tempi di esposizione passarono quindi da diversi minuti a pochi secondi comportando due conseguenze sostanziali:

    • la prima è che c’era bisogno di uno strumento capace di misurare in maniera rapida l’esposizione,
    • la seconda era direttamente correlata con la precedente in quanto grazie agli strumenti c’era poco margine di errore.

    Si creò quindi la necessità di avere un sistema standardizzato della luce, utilizzabile da qualunque fotografo proveniente dalle parti più disparate della Terra. Ed è così che si passò dai vari standard fino all’attuale ISO. Quest’ultimo è usato a livello internazionale sia da fotografi analogici che digitali.

    L’ISO ha portato all’adozione di un sistema da parte dei fotografi ma non ha risolto tutte le problematiche relative all’illuminazione. Quante volte un settaggio maldestro è stato capace di rovinare una fotografia? Ecco perché ciò ha portato alla creazione (prima) e all’aggiornamento (poi) di uno strumento fondamentale per il fotografo professionista: l’esposimetro.

    CHE COS’È L’ESPOSIMETRO?

    Esposimetro

    L’esposimetro è stata una necessità per decenni, quando il digitale non esisteva e l’analogico era tanto complesso quanto costoso e le foto dovevano essere studiate per non sprecare alcun tentativo. Ciò si traduceva in una fase preparatoria allo scatto con l’ausilio di diversi, utilissimi strumenti.

    Oggi con l’avvento del digitale è tutto più veloce e intuitivo e questi stessi strumenti sono stati implementati nel setting della fotocamera. Ma, cosa non scontata, l’utilizzo di tale strumento in maniera esterna (esposimetro esterno) continua ad essere ancora forte per molti fotografi.

    Che sia una nota nostalgica per il passato? Un odio per la moderna tecnologia che ha tolto l’appeal dell’analogico o uno strumento utile in determinati contesti?

    Cerchiamo, prima di rispondere a queste domande, di capire innanzitutto qual è la differenza tra queste due macchine e i rispettivi esposimetri.

    C’è da fare una premessa in quanto esistono due tipi luce:

    • luce riflessa
    • luce incidente

    La luce riflessa è data dal soggetto e tiene conto solo ed esclusivamente dei suoi parametri

    la luce incidente misura la luce che arriva dalla sorgente e non tiene conto della “riflettenza” del soggetto.

    Nel primo caso quindi è il soggetto a dettare le regole causando una sovra o sottoesposizione, specialmente nei casi in cui il soggetto ha lo stesso colore dello sfondo mentre nel secondo caso è l’intensità della luce che illumina il soggetto che detta le regole.

    Prima di continuare ti chiedo un piccolo favore. A te non costa nulla, mentre a me serve per migliorare la visibilità di questo post condividendo questo articolo.

    L’ESPOSIMETRO INTERNO (luce riflessa)

    L’esposimetro delle digitali nominato TTL (through the lens ovvero tramite la lente) è di tipo riflesso in quanto misura la luce riflessa dal soggetto.

    La comodità dell’esposimetro digitale nella fotocamera è che è facile, veloce e riesce a interpretare eventuali filtri in grado di modificare il colore percepito dalla fotocamera. Il problema è che tende a rendere grigi sia i bianchi che i neri in quanto usa come scala di riferimento la scala di grigi.

    L’esposimetro esterno viene usato molto spesso negli studi professionali perché misura le varie sorgenti luminose e permette al fotografo professionista di determinare i giusti settaggi da utilizzare nella fotocamera per ottenere il risultato voluto.

    Viene messo accanto al soggetto puntando l’esposimetro verso la fotocamera e si è vista una cosa del genere anche in qualche backstage dei film, infatti il principio è esattamente lo stesso.

    Qui puoi trovare gli esposimetri esterni: http://amzn.to/2qxSyxs

    COME AGISCE L’ESPOSIMETRO?

    Esposimetro

    Attraverso le modalità AV (priorità diaframma) e TV (priorità tempo) si utilizzano semi-automatismi. In poche parole il fotografo immette solo l’apertura del diaframma o il tempo di scatto desiderato e in base a questo l’esposimetro darà in automatico il parametro opposto per bilanciare correttamente la foto.

    Infine c’è la modalità manuale, quest’ultima utilizzata da fotografi navigati e professionisti in grado di settare velocemente la macchina, avendo il pieno controllo della scena. L’unico aiuto che arriva dalla macchina fotografica è una sorta di scala (-2,-1,0,+1,+2) che suggerisce il setting corretto.

    L’USO DELLA LUCE DEGLI ESPOSIMETRI DELLE REFLEX DIGITALI

    Le fotocamere misurano la luce grazie a materiali fotosensibili come solfuro di cadmio, silicio e selenio.

    Il primo diminuisce la resistenza elettrica quando esposto alla luce, seppur in modo lento e tendente a risentire delle precedenti misurazioni.

    Il silicio che è il più utilizzato dalle fotocamere di nuova generazione ed emette corrente elettrica, stesso meccanismo del selenio che però richiederebbe una grossa area per operare ed è tipico delle antiche macchine fotografiche. Per questo motivo il materiale utilizzato è il silicio.

    LE MODALITÀ DI MISURAZIONE

    Sono tre le modalità di misurazione della luce dalle reflex digitali: spot, centro, matrix.

    La misurazione spot misura la luce solo al centro del mirino in un’area limitata e necessita di buona esperienza da parte del fotografo. Lo spot è usato anche da alcuni esposimetri esterni.

    La misurazione prevalente al centro misura tutta l’area del mirino utilizzando però due sensori in grado di esaminare centro e lati, con maggior precisione sul primo.

    La misurazione matrix misura la luce in tutte le aree del mirino, utilizzando diversi sensori, e con una serie di calcoli matematici è in grado di suggerire il miglior tempo e diaframma. Questa misurazione è sicuramente la più complessa e affidabile.

    Puoi approfondire l’argomento leggendo questo articolo dedicato (clicca qui).

    QUANDO USARE L’ESPOSIMETRO E QUANDO EVITARE

    Esposimetro

    L’esposimetro interno è uno strumento fondamentale di cui tenere conto ad ogni scatto. La rapidità di controllo e la velocità di utilizzo permette al fotografo di avere un guida costante capace di suggerire la giusta combinazione, specialmente in condizioni luminose difficili o con diversi punti luce.

    L’esposimetro esterno invece viene usato:

    • in scene con tanti elementi che distraggono l’esposimetro interno impedendogli di formulare la giusta combinazione tempi/diaframma.
    • per avere un totale controllo nella gestione delle luci, non facendo affidamento sui vari automatismi della fotocamera.
    • per soddisfazione personale o perché si fa uso di una fotocamera vintage priva di esposimetro interno.

    Ovviamente il fatto che l’esposimetro cerchi di dare un risultato medio in grado rispettare tutte le gradazioni di colore comporta una distorsione della realtà.

    Può capitare infatti di fotografare soggetti scuri o chiari con il risultato di vedere tutto grigio o di un colore totalmente diverso. In questo caso c’è la necessità di sovra o sottoesporre ed è stato proprio questo a creare vere e proprie tecniche fotografiche come il sistema zonale, il bracketing o l’HDR.

    • Con il sistema zonale si vanno a esaminare 10 livelli di tonalità, dal nero al bianco. Al maggior numero di visualizzazione di “zone” all’interno di una scena corrispondeva la miglior esposizione possibile per la fotografia.
    • Con il backeting si vanno invece a scattare diverse foto, sempre ad uno stesso soggetto, usando diverse esposizioni. L’obiettivo è esaminarle in seguito e scegliere la migliore.
    • Con l’HDR invece si ha una sorta di collage di più immagini con diverse esposizioni per esaltare al massimo chiari e scuri ed evitando fastidiosi bianchi bruciati o macchie nerastre.

    CONCLUSIONI

    Da quanto detto si evince quanto l’esposizione possa essere un risultato matematico o il frutto di combinazioni automatiche ma allo stesso tempo un fattore di cui il fotografo ha pieno potere e libertà di scelta.

    In base alle proprie necessità e alla foto finale può essere impostato in maniera personale o standardizzata ma il consiglio di base è nel provare ad utilizzare entrambi gli esposimetri, cercando di carpirne i segreti e imparando a utilizzarli nei vari contesti.

    Ah, ultima cosa importantissima. L’articolo ti è piaciuto? Lasciami un commento qui sotto o condividi l’articolo con i tuoi amici!

    Cosa sono i DPI e PPI e a cosa servono nelle foto digitali

    Che cosa sono i DPI? Che cosa sono i PPI? E a che servono nelle nostre fotografie digitali che dobbiamo mostrare online? Queste sono delle belle domande che spesso trovano delle risposte molto colorite nel web. Io ci rido sopra ma sia chiaro, pure io all’inizio non avevo le idee tanto chiare su cosa fossero questi DPI e PPI e finivo anche per tenerli in considerazione nella pubblicazione delle mie foto online. Nella realtà, i DPI e PPI non servono praticamente a nulla per le foto che vuoi mostrare nel web ed ora te ne spiego il motivo sperando che ti possa tornare utile per evitare “gaffe” o semplicemente per avere le idee più chiare.

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    DPI e PPI

    IL CONCETTO DI “GRANDEZZA DI UNA FOTO”

    Sicuramente hai ben chiaro anche tu che una fotocamera con più megapixel ti permette di ottenere delle foto più risolute e di conseguenza anche delle stampe dalle dimensioni più grandi, meno chiaro è cosa si intenta con “più grandi”.

    Una foto 20X30 (formato A4) è da considerarsi grande? Oppure una foto 30x40 (formato A3)? O le foto “grandi” sono quelle che superano il metro di larghezza e che trovi nei cartelloni pubblicitari?

    Beh… sono sicuro che ogni persona ha un suo concetto di “grandezza”, ma ti posso dire con assoluta sicurezza che tutte le fotocamere — anche quelle da 6 megapixel di un decennio fa — possono fare delle foto da stampare in “grandi dimensioni”, indipendentemente quale sia il tuo parametro di misura.

    Ma come? Vuoi dirmi che una foto fatta con una fotocamera da 6 megapixel può essere stampata grande quanto quella fatta da una fotocamera da 24 megapixel? Assolutamente si. Le dimensioni di stampa non dipendono dai megapixel, ma dai DPI (o PPI) che assegni alla foto.

    Ecco allora che forse è meglio chiarire il concetto di DPI (o PPI).

    COSA SONO I DPI O PPI

    DPI è una sigla che significa “Dots Per Inch”, che tradotto significa PUNTI PER POLLICE. Un pollice è circa 2,5 centimetri.

    PPI significa “Pixel Per Inch”, ovvero sostanzialmente la stessa cosa anche se in ambito “digitale”.

    Sono dei parametri molto importanti da abbinare alla foto se vuoi perseguire una finalità di stampa dell’immagine che stai gestendo.

    A COSA SERVONO I DPI

    DPI e PPI

    Tutto deriva da come viene effettuata la stampa di un’immagine sulla carta. Le stampanti, per rappresentare l’immagine, applicano un puntino di inchiostro uno davanti all’altro (lo noti anche guardando la barra della stampante che corre da destra a sinistra in continuazione mentre stampa l’immagine), applicando in pratica dei PUNTI.

    Ecco allora che entra in gioco il parametro dei DPI o PPI

    Se imposti la tua foto a 300 DPI in pratica stai dicendo alla stampante di rappresentare l’immagine applicando 300 PUNTI ogni 2,5 CENTIMETRI circa.

    Ragionando in PPI forse è più semplice. Se hai una foto da 3000px di lato maggiore quanto grande verrà stampata se imposti la foto in modo che venga stampata a 300 Pixel per pollice? Basta fare 3000 diviso 300 (PPI) ed ottieni la misura di 10 POLLICI (che corrispondono a circa 25 centimetri partendo dal presupposto che la stampante riesca a replicare esattamente 300 pixel ogni pollice). Tutto chiaro?

    Ma che succede se ora vai a variare questo parametro dicendo che la foto venga stampata a 150 PPI? Succede che la foto verrà stampata al doppio delle dimensioni: infatti 3000 diviso 150 ti fa ottenere la misura di 20 Pollici, che corrispondono a circa 50 centimetri.

    Il parametro dei DPI o PPI ti permette in pratica di definire la grandezza della foto stampata. Per questo motivo non sono i megapixel dell’immagine che incidono sulla grandezza della foto, ma sono i DPI/PPI che vai ad impostare.

    Ad ogni modo questo non significa che una fotocamera da 6 megapixel ti permette di ottenere immagini stampate della medesima qualità della fotocamera da 24 megapixel, infatti devi tener a mente anche la risoluzione dell’occhio umano.

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    300 DPI E RISOLUZIONE DELL’OCCHIO UMANO

    DPI e PPI

    Se è vero che tecnicamente non sono i megapixel a definire quanto grande può essere stampata la foto, bisogna anche tenere in considerazione che l’occhio umano ci vede abbastanza bene.

    Per questo motivo se una foto viene stampata con dei DPI o PPI troppo bassi, ovvero i puntini per pollice sono molto staccati tra loro, l’occhio umano lo nota. Vedresti una foto tutta “puntinata” esattamente come quando guardi un cartellone pubblicitario da vicino.

    Nello specifico — indicativamente — l’occhio umano non riesce più a distinguere i puntini quando le foto sono stampate dai 300 DPI o PPI in su.

    Questo parametro ovviamente è considerato se si guarda una foto da vicino, ma man mano che una persona si allontana dalla foto stampata la capacità risolutiva dell’occhio umano diminuisce, per questo motivo se una foto deve essere osservata da circa 3 metri può anche essere stampata a 100 DPI o PPI senza che nessuno faccia caso ai “puntini”.

    Ovviamente usare una fotocamera che sforna file da 24 megapixel ti permette di fare stampe più grandi se usi i 300 DPI o PPI visto che ci sono più pixel disponibili.

    Per lo stesso motivo ovviamente non ha senso stampare le foto a 400 DPI o superiori, visto che l’occhio umano non riuscirebbe comunque ad apprezzarne la risolutezza.

    L’ERRORE COMUNE DEI FOTOGRAFI

    Uno degli errori più comuni fatti dai fotografi dilettanti, ma anche dai professionisti, è quello di farsi fregare dal concetto di DPI/PPI e credere che vada ad incidere anche nei file da mostrare esclusivamente nel web.

    Si tratta di un errore comune dato dal concetto spiegato prima, ovvero un retaggio della stampa. Si crede infatti che aumentare o diminuire i DPI/PPI vada ad incidere anche sulla risolutezza e dettaglio dell’immagine mostrata a video.

    Non è così però e ti spiego di seguito il motivo.

    I MONITOR, I FILE DIGITALI ED I DPI

    DPI e PPI

    Se per la stampa hai una stampante che applica un puntino di inchiostro uno in seguito all’altro, nel web abbiamo i PIXEL del monitor che determinano la grandezza dell’immagine.

    La differenza sta tuttavia nel fatto he ogni monitor ha una sua specifica densità di PIXEL PER POLLICE (PPI), che non può essere variata come avviene in una stampante.

    Un file digitale di 3000 pixel di lato maggiore visualizzato a video avrà una dimensione diversa in base al monitor che stai usando. Se infatti usi un monitor composto da 300 Pixel per Pollice allora l’immagine, ingrandita al 100%, avrà una dimensione di 25 centimetri circa.

    Anche se tu vai a variare i DPI / PPI impostando l’immagine a 150 DPI / PPI questa verrà sempre mostrata nel tuo monitor a 300 Pixel per Pollice perché il monitor non è in grado — per ovvi motivi tecnici — di cambiare la sua risoluzione. Verrà quindi mostrata alle medesime dimensioni di prima.

    QUINDI COME SI RAGIONA?

    Nel web semplicemente NON HA SENSO ragionare in DPI/PPI. Per le immagini nel web si ragiona in PIXEL.

    Ovviamente — rispetto a prima — entra in gioco in tutta la sua forza il concetto di megapixel in questo caso. Una foto realizzata a 24 megapixel verrà visualizzata molto più in grande di una foto da 6 megapixel e non ci sono dubbi.

    Nel web tu devi ragionare solo in PIXEL. Quando qualcuno ti chiede un’immagine da usare per un articolo su un blog o da pubblicare su qualche sito web, ti dovrà dire quali sono le dimensioni in pixel che gli servono. Se — come spesso accade — ti accenna al fatto di impostare 72 DPI puoi farti una bella risata e fregartene.

    LEGGENDA METROPOLITANA DEI 72 DPI

    DPI e PPI

    Per quale motivo spesso — tanto spesso — molti chiedono le foto digitali a 72 DPI o ti suggeriscono di aumentare/diminuire questo parametro per ottenere delle immagini più dettagliate?

    Si tratta di una leggenda metropolitana, o più precisamente di un retaggio dal passato. Infatti in passato i primi monitor usati in ambito digitale avevano una risoluzione di 72 PIXEL PER POLLICE e per questo motivo i grafici erano solito chiedere foto digitali con questo parametro. Parametro che ora non ha senso visto che i nostri monitor raggiungono risoluzioni ben più elevate.

    GLI INGANNI DI PHOTOSHOP

    DPI e PPI

    Potresti obiettare il fatto che prima ho affermato una cosa errata, infatti se prendi un’immagine digitale e con Photoshop ne cambi i DPI/PPI di fatto l’immagine viene visualizzata più in grande rispetto a prima pur usando il medesimo monitor.

    Prima invece ho detto che non cambia nulla! Perché succede questo?

    In realtà hai sicuramente fatto un errore molto semplice, ma essenziale. In fase di variazione del parametro DPI/PPI hai sicuramente attivato la funzione “ricampiona immagine”, ovvero hai detto a Photoshop (o altro programma che hai usato) di rigenerare una nuova immagine sulla base dei parametri da te indicati.

    Nel tuo caso specifico aumentando i DPI dell’immagine digitale lasciando attiva la spunta “ricampiona immagine”, photoshop ha INGRANDITO l’immagine aumentandone i PIXEL. Nel digitale tuttavia aumentare i pixel di un’immagine non è mai un’ottima scelta perché ne diminuisce la qualità complessiva.

    CONCLUSIONI

    Spero che questo articolo ti abbia chiarito le idee su cosa devi fare o non ha senso fare quando vuoi mettere le mani all’immagine e soprattutto sul concetto di DPI / PPI e PIXEL.

    Se hai domande o dubbio scrivi qui sotto e commenta l’articolo.

    Backup delle foto online. Il sistema più sicuro e gratis

    Ho già scritto un articolo dove vado ad affrontare il tema spinoso del backup delle foto. Ho spiegato per quale motivo è importante farlo e soprattutto per quale motivo devi assolutamente farlo (se vuoi leggere l’articolo clicca qui). Ad ogni modo in quella stessa occasione mi ero anche soffermato principalmente sul backup tradizionale, ovvero facendo delle copie delle tue foto su dei dischi rigidi esterni.

    Questo sistema tuttavia, nonostante sia effettivamente quello più pratico, è anche uno dei sistemi meno sicuri. Non è poco sicuro dal punto di vista tecnico, ma quanto piuttosto sull’aspetto pratico, infatti la domanda che tutti quelli che adottano questo sistema dovrebbero farsi è: dove conservi i tuoi Hard-Disk con le copie di backup?

    Prima di iniziare, specie se è la prima volta che leggi il mio blog, ti vorrei suggerire di iscriverti alla newsletter. I motivi ti possono sembrare banali, ma in realtà iscrivendoti riceverai prima di tutto, e gratuitamente, delle guide per apprendere alcune tecniche fotografiche. Per secondo, riceverai settimanalmente dei consigli e suggerimenti fotografici rivolti esclusivamente a chi è iscritto.

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    backup foto online

    Se sei una persona che fa periodicamente la copia backup e poi conserva i dischi in luoghi distanti e diversi da quello dell’ufficio/studio nel quale ha il computer allora complimenti! Ma come presumo che sia, la maggioranza tiene gli Hard-Disk sopra la scrivania, o comunque nella medesima stanza dove si trova il computer e tutto il resto. Si… anche tu… non far finta di nulla.

    È questo l’anello debole. Basta che passi per lo studio un nostro nipotino/amico o che la semplice signora addetta alle pulizie faccia per errore cadere (e danneggiare) l’attrezzatura.

    Se, come me, hai lo studio in un seminterrato/taverna puoi ritrovarti il tutto allagato per colpa di un guasto alle pompe durante un acquazzone (successo ben 2 volte nel corso degli anni nel mio caso…).

    Poi ci sono tutta quella serie di incidenti che speriamo sempre non capitino:

    • Incendio
    • Furto
    • Crollo

    Tutti fattori che, per quanto ci facciano toccare ferro o fare le corna, sono drastici e praticamente irrimediabili. Ok… è vero che esistono laboratori in grado di recuperare i dati di un Hard-Disk rotto, ma il loro servizio costa parecchie migliaia di euro.

    In definitiva, il metodo più sicuro è soltanto uno: l’archiviazione online.

    Ora ti spiego il motivo di questa mia affermazione, ma verso la fine di questo articolo ti do una dritta su come poter usufruire di uno dei migliori servizi di backup esistenti al mondo “gratuitamente” o quanto meno spendendo una cifra a dir poco “ridicola” rispetto a quello che offre la concorrenza.

    Ma andiamo per punti.

    Perché il backup online è più sicuro?

    fotografo professionista

    È una domanda alla quale devo rispondere spesso ed altrettanto spesso mi viene contestato il fatto che anche i server online possono “rompersi”, quindi dove sta il vantaggio nell’usare i server online rispetto ad un buon disco esterno?

    La realtà è che non puoi nemmeno porti il dubbio che Google (se ad esempio hai dei file su Google Drive) abbia dei sistemi di gestione dei dati come quella che fai tu se non peggiore. È letteralmente inconcepibile che tu vada a pensare che Google domani si trovi con un Hard-Disk di un server fulminato e che per questo motivo qualche utente in giro per il modo perda i suoi dati archiviati in quel Hard-Disk.

    La realtà è che tutte le aziende che offrono questo tipo di servizi noti come “Cloud”, hanno dei sistemi estremamente sofisticati con copie multiple dei dati in vari data center in modo tale da poter ripristinare al “volo” eventuali malfunzionamenti o momentanee perdite di dati.

    Al lato pratico è più probabile che tu perda dei file perché li cancelli, ma anche in questo caso molti offrono un servizio di recupero per cancellazioni accidentali (pensiamo a Dropbox che ti permette di recuperare per 30 giorni i file che hai eliminato).

    Ah sì… ovviamente c’è una remota possibilità che anche i data center di Google vengano irreparabilmente danneggiati da un attacco o incidente di qualche tipo, ma se dovesse succedere credo che i “tuoi dati” siano l’ultima cosa alla quale stai pensando in quella malaugurata ipotesi.

    Con il backup online in sostanza sei in una botte di ferro. Ti rubano il computer, crolla la casa o semplicemente scopri tuo nipote che usa i tuoi Hard-Disk che hai a casa come dischi da hockey? Poco male… ti colleghi online con un nuovo PC/MAC e fai il download dei dati (foto) che ti servono.

    Prima di continuare ti chiedo un piccolo favore. A te non costa nulla, mentre a me serve per migliorare la visibilità di questo post.

    Quali difficoltà dovrai affrontare in Italia?

    Questo è probabilmente il vero ed unico “problema” Italiano. Non abbiamo delle connessioni internet adeguate e capillari in Italia, pertanto potrebbe essere difficile effettuare un backup delle foto (che come sai anche tu, pesano parecchi MB l’una specie se scatti in RAW).

    Se da un lato questo aspetto è veramente frustrante, dall’altro dovrebbe essere proprio lo stimolo che ti fa capire quanto sia importante non attendere ancora.

    Più aspetti e più “dati” ti trovi da dover uplodare online non appena sarà palese il fatto che non conviene più acquistare Hard-Disk.

    Concorderai con me che una cosa è fare un upload di 200 mb una volta alla settimana, alla fine di qualche sessione fotografica magari, piuttosto che fare degli upload di 83 Gigabyte una volta all’anno… Nel primo caso porti a termine l’operazione in un’oretta circa, nel secondo caso invece potrebbero volerci SETTIMANE!

    Visto che hai compreso anche tu quanto sia sbagliato aspettare, nelle prossime righe ti illustro le varie soluzioni che puoi adottare, con un piccolo suggerimento su una soluzione veramente all’avanguardia.

    Quali soluzioni interessanti puoi adottare?

    backup foto online

    Se sei arrivato a questo punto senza abbandonare l’articolo allora forse hai compreso anche tu quanto sia importante e sicuro il backup online, per questo motivo ti metto “su carta” la mia esperienza con i principali sistemi di backup funzionanti attualmente dandoti alla fine un suggerimento molto interessante:

    • DROPBOX
    • GOOGLE DRIVE
    • AMAZON GLACIER
    • AMAZON CLOUD DRIVE
    • ONEDRIVE (Microsoft)

    Premessa sulla “garanzia”

    Sono il primo ad essere consapevole del fatto che esistono altre decine di servizi cloud oltre a quelli citati, ma questi che ho elencato sono quelli che in linea di massima danno le garanzie migliori. Ormai è nota la storia di Copy, servizio di cloud online molto aggressivo che però non ha retto la concorrenza e ha lasciato a piedi migliaia di utenti una volta che hanno annunciato “ehi… purtroppo il progetto non è andato bene… chiudiamo, ma potete scaricarvi tutti i dati entro il giorno…”.

    DROPBOX

    backup foto online

    Link: https://db.tt/BRCoxmBR

    Questo servizio è uno di quelli che nel tempo ha lavorato meglio di tutti ed ha senso usarlo per i backup online delle foto solo nel suo piano a pagamento (99 Euro all’anno) dove puoi sfruttare ben 1 TB di spazio dati (foto, video e file generici).

    Il piano gratuito è troppo limitato con soli 2 GB quindi non lo tengo in considerazione.

    Tra le comodità il fatto che puoi condividere cartelle e file “a tempo”, ovvero con una data di scadenza oltre il quale gli utenti prescelti non possono scaricare i file e la possibilità di creare delle cartelle per “richiedere” l’invio di file vari (quindi puoi farti mandare dei file sul tuo account). Hanno inoltre un’ottima applicazione mobile.

    Tra le altre comode funzionalità con valore aggiunto il fatto che tiene in memoria i file per 30gg anche se li hai cancellati, comodo questo servizio quando per errore avevo cancellato una cartella intera con dei file importanti e me ne sono accorto solo 20 giorni dopo…

    Note: alcuni sostengono e segnalano che non è sicuro Dropbox rispetto agli altri sistemi, se fai una ricerca online trovi articoli al riguardo, ma in realtà sembra si tratti piuttosto di una realtà distorta dei fatti. Infatti sembrerebbe che la colpa non sia tanto i Dropbox, ma bensì degli utenti che utilizzano password troppo semplici (per tenerle a mente) e non le cambiano per anni e anni…

    Ad ogni modo va considerato che ci sono grandi softwarehouse ed aziende che si integrano alla grande con Dropbox, ad esempio iStock, pertanto dubito che non rispettino tra i migliori standard sulla sicurezza come qualcuno vuol o tenta di far passare.

    GOOGLE DRIVE

    backup foto online

    Link: https://www.google.com/intl/it_it/drive/

    Probabilmente è il servizio che nel tempo ha cominciato ad affermarsi e diffondersi di più in nel web, grazie soprattutto all’integrazione con Gmail e tutto l’universo delle applicazioni Google.

    Il punto di forza è la sua gestione dei file, con moltissime varianti di condivisione in modo da permettere anche la sola “lettura” dei file, senza possibilità di modificarli.

    Il bello di questo servizio è che non fa differenza tra il piano gratuito (ben 15 GB) e quelli a pagamento (con fasce di prezzo diverse). Il piano gratuito è già molto interessante per testare i backup online, ma anche i piani a pagamento sono ottimali, infatti con soli 24 $ all’anno è già possibile accedere al piano da 100 GB.

    Certo… rispetto a Dropbox è un po’ più caro sul piano da 1 TB (Google Drive costa circa 120 $ all’anno), ma vi garantisco che 100 GB in foto vi sono sufficienti per parecchi anni di archiviazione.

    AMAZON GLACIER

    backup foto online

    Link: https://aws.amazon.com/it/glacier/

    Amazon è principalmente conosciuto per il suo “negozio online” tuttavia offre anche dei servizi di storage a pagamento tra i quali spicca Amazon Glacier che in sostanza è pensato per chiunque voglia — appunto — archiviare i dati come forma di backup.

    Il punto di forza sta nel fatto che costa pochissimo, ma ovviamente per contro hai anche un servizio molto “ridotto”, infatti lo scaricamento dei dati per l’eventuale ripristino è molto lento.

    È pensato quindi proprio per chi vuole e necessita di un posto dove archiviare i dati (e foto) nel malaugurato caso che…

    C’è un’altro aspetto negativo: è un po’ un casino configurarlo per iniziare ad usarlo. Nessuna interfaccia tipo “upload” o simile… ma bisogna usare dei software appositi che vanno a dialogare con il server Amazon Glacier e da li puoi creare degli archivi che contengono un certo numero di file e puoi archiviarli.

    Un po’ troppo macchinoso per i miei gusti.

    AMAZON CLOUD DRIVE

    backup foto online

    Link: aspetta di leggere l’ultimo paragrafo dell’articolo…

    Questo servizio è fornito sempre da Amazon, ma è la versione “facile” da usare, ovvero un servizio di backup online simile a Dropbox e Google Drive.

    Si parte come sempre da un piano gratuito con 5 GB di spazio disponibile per i tuoi file e foto, inoltre è collegato al servizio Kindle quindi permette di uplodare in quel posto libri e testi che poi leggi con il Kindle se ne hai uno.

    Il piano a pagamento per chi ha bisogno di più spazio è solo uno: 70 Euro all’anno e hai spazio illimitato, quindi si tratta di un prezzo concorrenziale e la garanzia di essere gestito da uno dei migliori e sicuri server di backup online esistenti.

    Se da un lato hai un prezzo interessante ed una tariffa unica, dall’altro il servizio è un po’ limitato, infatti la condivisione dei file è limitata alla creazione di un un link e nient’altro, senza possibilità di limitare gli accessi o fare cose un po’ più sofisticate come su Dropbox o Google Drive.

    ONEDRIVE

    backup foto online

    Link: https://onedrive.live.com/about/it-it/

    Si tratta del servizio Cloud messo a disposizione da Microsoft abbinato anche ai suoi software quindi di default Microsoft ti dà modo di salvare i file Excel, word ed office in genere, nel loro spazio online gratuito fino a 5 GB.

    In linea di massima i servizi sono analoghi a quelli di Google Drive.

    Se hai necessità maggiori i prezzi sono di 24 Euro all’anno per uno spazio da 50 GB (quindi circa la metà di quelli che ti mette a disposizione Google Drive) e di 84 € all’anno per 1 TB (quindi più economico di Dropbox).

    OK COSA SCEGLIERE?

    Come vedi bene, nonostante siano molto simili come servizi, si differenziano gli uni dagli altri, pertanto devi individuare quello che fa per te anche in base agli usi:

    • DropBox: se vuoi avere tanto spazio e tante modalità di condivisione particolari. Compatibilità praticamente “totale” con tanti servizi online.
    • GoogleDrive: per avere tanto spazio anche in versione gratuita o un prezzo veramente interessante se vuoi limitare l’uso ai 100 GB.
    • Amazon Glacier: per un archivio di sicurezza con la prospettiva di “non usarlo mai”.
    • Amazon Cloud Drive: per una tariffa vantaggiosa se vuoi avere un bakup di foto illimitato (se ti attira questa scelta, prima di sottoscriverlo però guarda il prossimo paragrafo…).
    • OneDrive: se il mondo Microsoft fa parte del tuo sistema di lavoro e magari hai un abbonamento Office 365 online.

    Premetto subito che puoi passare da un servizio all’altro quando vuoi, quindi se stai usando Dropbox e ti stanchi, puoi aprire un account Google Drive e trasferire tutto in quel servizio.

    Prima che tu mi venga a dire “eh sì… però non è semplice trasferire tipo 20 GB di dati da Dropbox a Google Drive! Dovrei rifare nuovamente tutti gli upload” ti blocco subito dicendoti che esistono vari servizi che ti permettono di fare il trasferimento automatico (quindi fanno tutto loro in circa un’oretta).

    Questi servizi in genere sono a pagamento (ad esempio come MultCloud), ma si parla di 8 Euro al mese… quindi se dovesse capitarti questa necessità puoi anche permetterti di spendere 8 Euro per trasferire tutto in poco tempo.

    ECCO COME AVERE SPAZIO ILLIMITATO A COSTO ZERO

    backup foto online

    Ora ti voglio segnalare un “trucco”, o quanto meno uno stratagemma del tutto regolare per ottenere dello spazio illimitato gratuito sui server AMAZON CLOUD DRIVE per chi, come noi, necessita di fare il backup foto… tante foto…

    Si basa su una clausola prevista da Amazon dove viene concesso lo spazio gratuito ed illimitato per l’archiviazione delle foto a chiunque abbia sottoscritto il servizio Amazon Prime dello store ed il fatto che anche i file RAW vengono considerati IMMAGINI.

    Il piano Amazon Prime non credo abbia bisogno di presentazioni, con 19,99 Euro all’anno (si… all’anno…) puoi sfruttare tutti i vantaggi della spedizione gratuita e in 1 giorno per praticamente tutti i prodotti Amazon (senza contare tutti gli altri vantaggi che trovi indicati nei link che ti ho riportato), ma allo stesso tempo ti si aprono gratuitamente tutti i vantaggi del piano Amazon Cloud Drive risparmiando 70 Euro annui.

    In altre parole puoi avere il backup illimitato delle foto, su server Amazon, ad un costo di 19,99 Euro all’anno e 5 GB per tutti gli altri tipi di file.

    Se hai già sottoscritto Amazon Prime allora hai già diritto a questo enorme vantaggio, ma se non l’hai ancora fatto ti consiglio di catturare questa opportunità. Clicca su questo link per vedere tutti i vantaggi ed eventualmente sottoscrivere Amazon Prime ottenendo così anche l’accesso al backup illimitato delle foto.

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    Formato raw. 8 Motivi per usarlo

    Se hai fatto un qualsiasi corso di fotografia o visitato qualche forum di fotografia, sicuramente qualcuno ti avrà suggerito di usare il formato raw per ottenere delle immagini migliori. Ma perché è così importante? Per quale motivo in molti contesti è utilissimo questo formato file immagine? Cosa c’è di diverso rispetto ad esempio un file jpg (o jpeg)?

    formato raw

    COS’È UN FILE RAW?

    Prima di tutto, devi comprendere di cosa si tratta.

    Il file RAW è un formato nel quale puoi salvare l’immagine che la tua fotocamera digitale (mirrorless o reflex che sia) ha appena catturato.

    Di prassi quando scatti con una fotocamera compatta, una fotocamera bridge o col tuo smartphone, i file che salvi e che poi guardi nel tuo computer sono di un certo tipo ben definito: il formato JPG (o file .jpeg). Puoi considerarlo come uno “standard” comodo e riconosciuto da tutti per permettere di vedere le immagini su qualunque dispositivo e si tratta di un un file immagine già post-prodotto ed ottimizzato dalla tua fotocamera digitale in modo tale che risulti “bello da vedere” fin da subito.

    Anche il file RAW è un formato, esattamente come il JPG, che però ti da tante opportunità e vantaggi nella post-produzione; infatti — a differenza del formato JPG — salva tutti i dati che ha registrato il sensore, senza farci nessuna modifica.

    IL FORMATO FILE NELLA TUA FOTOCAMERA

    Se smanetti nelle impostazioni della fotocamera dovresti trovare tra i vari menù la possibilità di impostare il tipo di salvataggio file che puoi fare potendo scegliere:

    • il formato jpg (o jpeg)
    • il formato raw

    Attenzione: non farti trarre in inganno dalle opzioni disponibili nella tua fotocamera. Potresti infatti trovare delle fotocamere digitali che ti danno l’opportunità di scegliere varie versioni di JPG ed alcune di RAW, ma si tratta di opzioni che la tua fotocamera ti da per scegliere la grandezza del file salvato che non centra nulla col formato.

    Di base le differenze tra un RAW rispetto al JPG sono quelle che ti vado a spiegare di seguito.

    Prima di iniziare, specie se è la prima volta che leggi il mio blog, ti vorrei suggerire di iscriverti alla newsletter. I motivi ti possono sembrare banali, ma in realtà iscrivendoti riceverai prima di tutto, e gratuitamente, delle guide per apprendere alcune tecniche fotografiche. Per secondo, riceverai settimanalmente dei consigli e suggerimenti fotografici rivolti esclusivamente a chi è iscritto. CLICCA QUI PER SAPERNE DI PIÙ »

    RAW

    I VANTAGGI NELL’USARE FOTO RAW

    1. QUALITÀ D’IMMAGINE MAGGIORE

    Quando scatti usando il formato RAW la tua fotocamera salva tutti (ma proprio tutti!) i dati che gli arrivano dal sensore, senza farci nessuna manomissione e lasciando a te l’onere (oppure onore) di post-produrlo nel modo preferito per poi salvarne il risultato nel formato JPG.

    Probabilmente ti starai chiedendo: “ok… ma perché sbattermi io a post-produrre foto RAW quando posso avere una fotocamera che mi spara fuori già il file bello che pronto?”

    Domanda legittima. Tuttavia, devi considerare che la fotocamera non è neanche lontanamente in grado di capire, quanto l’intelligenza di un uomo, se la post-produzione è fatta bene o male. Tanto meno la post-produzione che può fare una fotocamera reflex professionale può avvicinarsi alla potenza di calcolo di un computer moderno.

    Quando ti metti a scattare in RAW tu avrai per le mani un file che puoi elaborare secondo i tuoi gusti estetici e creativi, pertanto si presume che i risultati che potrai ottenere siano decisamente migliori di quelli che può darti una fotocamera che salva in JPG.

    2. PIÙ LIVELLI DI LUMINOSITÀ

    Questo è un concetto un po’ più complesso e quindi devi leggerlo con attenzione.

    Le immagini catturate con la tua fotocamera vengono elaborate digitalmente e registrate in un file composto da un determinato numero di livelli di luminosità. I livelli di luminosità rappresentano gli step necessari per passare dal nero al bianco e sono quindi i responsabili di tutte le varie sfumature intermedie della scena visualizzata.

    È chiaro che se la tua fotocamera digitale salva un file disponendo di 1000 livelli di luminosità, otterrai un file che rappresenta la scena fotografata con molte più sfumature rispetto all’avere un file dove la scena viene rappresentata in soli 10 step.

    L’esempio del pittore

    Per cercare di renderti ancora più semplice il concetto, immagina di essere un pittore che deve replicare una scena che ha difronte.

    Se disponi di una tavolozza composta da 10 tonalità di colori sarai in grado di ottenere un certo risultato. Ma se puoi disporre di una tavolozza con 1000 tonalità di colori puoi ovviamente ottenere qualcosa di molto più realistico e dettagliato.

    Il concetto è più chiaro ora? Se lo hai compreso allora posso dirti che:

    • il file JPG è composto da 256 livelli di luminosità (8 bit);
    • il file RAW può variare dai 4.096 ai 16.388 livelli (in base se si tratta di un file da 12 o 16 bit).

    Puoi capire anche tu che l’impatto sulle tue immagini può essere enorme se utilizzi il foto raw al posto del file jpg, specie se fai della post-produzione nel file, perché è li che noti la vera differenza tra i due formati. Poco più avanti ho pubblicato un video per darti un’idea di cosa sto parlando.

    3. RECUPERARE LE ZONE D’OMBRA E LE ALTE LUCI

    Prima ho detto che apprezzerai questa differenza nei livelli di luminosità sopratutto se fai post-produzione e questo è sicuramente uno degli interventi che potresti fare più spesso:

    Recuperare le zone d’ombra (o zone scure)

    Ti sarà capitato più di qualche volta di ritrovarti delle foto con delle zone d’ombra molto (troppo) scure e vari software come Lightroom, Adobe Photoshop oppure Capture One Pro mettono a disposizione tanti bei strumenti (o tool) per intervenire e schiarirle.

    Ebbene, se disponi di un file raw potrai recuperare molto più facilmente queste zone d’ombra schiarendole, proprio perché hai a disposizione molti più livelli di luminosità sui quali lavorare.

    Recuperare le zone di luce (zone chiare)

    La stessa identica cosa puoi farla anche con le zone di luce, se il file presenta delle zone troppo chiare puoi recuperarle molto più facilmente.

    4. BILANCIARE IL BIANCO

    Un’altra bella caratteristica della foto raw è che ti permette di bilanciare il bianco (ovvero correggere le dominanti di colore non idonee presenti nell’immagine digitale) anche in post-produzione, esattamente come se tu fossi ancora li nel luogo con la fotocamera in mano. Clicca qui per leggere l’articolo sul bilanciamento del bianco.

    Com’è possibile tutto questo?

    Se ti ricordi qualche lezione di artistica fatta alle medie, saprai che esistono tre colori primari dai i quali puoi ottenere tutti gli altri semplicemente combinandoli e mescolandoli tra loro. Questi colori primari sono il: ROSSO, GIALLO e BLU.

    Nella fotografia digitale vale più o meno lo stesso principio: le fotocamere registrano le immagini nei tre colori primari e poi li combinano tra loro per creare le varie tonalità di colore. In questo caso però i colori primari utilizzati dalla fotocamera sono il: ROSSO, VERDE ed il BLU (identificato come RGB = red, green, blue).

    Il file salvato in formato raw — a differenza del formato jpg — ha la caratteristica di registrare le tre immagini nei suoi tre colori primari per darti modo in post-produzione di combinarli tra loro come meglio desideri. Non male vero?

    Guarda il video sui file raw per fare un riassunto pratico di questi ultimi tre concetti:

    Scarica i file raw usati nel video e fai i test a casa tua!

    Vuoi testare tu la post-produzione con i file usati nel video? Sblocca l’accesso ai RAW cliccando qui ui sotto!

    Clicca qui per il download dei file raw File RAW

    5. OTTENERE UN MAGGIOR DETTAGLIO

    Questa è una caratteristica legata strettamente alla post-produzione. Un file immagine raw può essere elaborato meglio attraverso i software di post-produzione con i tool incaricati di recuperare maggiore nitidezza e dettaglio nell’immagine, per questo motivo il file raw gode di un certo vantaggio rispetto al file jpeg.

    6. NON RISCHI DI DANNEGGIARE LA FOTO ORIGINALE

    Immagina di aver fatto delle foto a colori con la tua fotocamera mirrorless (o fotocamera reflex) salvandole in formato JPG: arrivi a casa, scarichi le foto nel computer e poi torni a far foto il giorno dopo formattando la scheda di memoria. Prassi assolutamente normale direi.

    Un bel giorno decidi di dare una sistemata (elaborare) le tue foto che avevi salvato nel computer e cominci ad aprire qualche file. Ti piace l’effetto bianco e nero? Bene, con il tuo software converti la foto in bianco e nero, poi premi SALVA e la pubblichi su Facebook. Per finire ovviamente spegni il computer ma prima ancora chiudi il software.

    TAAAAAC… E QUI TI SEI FREGATO!

    RAW

    Una volta che hai convertito l’immagine in bianco e nero non potrai più ripristinarla alla versione a colori se non hai fatto un backup dei file come ti ho spiegato in questo articolo.

    Questo è quello che succede quando usi i file JPG.

    Ma se invece elabori le foto raw questo problema non ce l’avrai mai perché questo formato non permette di essere sovrascritto. Ogni volta che farai una modifica e vuoi salvarla il programma di postproduzione ti chiederà di creare un nuovo file (o lo farà automaticamente in modo autonomo).

    7. OTTENERE DELLE STAMPE MIGLIORI

    Come per la questione sulla nitidezza non è tanto merito del raw; potendo fare una post-produzione più efficace e con più margine di modifica, anche le stampe che farai ne beneficeranno.

    8. SCEGLIERE IL FORMATO DI SALVATAGGIO “DOPO LO SCATTO”

    Prima ti ho detto che con i file raw non rischierai mai di sovrascrivere il file originale e per questo motivo il programma di modifica immagini salverà le modifiche che fai scegliendo un formato nuovo.

    Essendo un file che contiene tutti i dati grezzi catturati dal sensore della fotocamera digitale, ti da modo di scegliere il formato di salvataggio finale. Quindi puoi salvare una copia del file post-prodotto in:

    • JPG (o JPEG)
    • TIFF
    • PSD
    • PNG
    • ecc…

    Senza parlare dei profili colore, dove la cosa diventa ancora più complessa e variegata.

    DIFETTI E SOLUZIONI DEL FORMATO RAW

    RAW

    Ovviamente questo formato di immagine non ha solo pregi, ma anche tanti difetti. Voglio qui riassumerli in modo da poterti dare una panoramica il più ampia possibile esprimendo anche un mio punto di vista sulla questione.

    APRIRE FILE RAW

    Una delle principali critiche che viene avanzata nei confronti del formato RAW è che necessita sempre e comunque di una post-produzione e per questo motivo diventa un formato immagine difficile da digerire per chi non è pratico di Photoshop.

    Questo è vero, tuttavia le cose sono cambiate moltissimo nel corso degli ultimi anni. Non serve più essere esperti di photoshop per postprodurre una foto RAW; ormai anche nei tablet e smartphone sono disponibili delle applicazioni che permettono di apportare delle modifiche al file raw in pochi attimi, velocemente ed in modo efficace.

    Lo stesso vale per chi usa Pc o Mac; ormai tutti i nuovi sistemi operativi sono in grado di gestire le foto raw nativamente, ovvero ti danno già in dotazione dei semplici software per modificare le immagini (tra cui i raw).

    Se invece tu sei uno di quelli che usa la fotocamera digitale ma non fa un minimo di post-produzione nemmeno nei file JPG, beh… allora per quale motivo ti sei preso una fotocamera digitale? Con molti meno soldi puoi prenderti una fotocamera analogica più professionale della tua attuale reflex digitale, comprare rullini per i prossimi 10 anni (+ uno scanner per digitalizzare i negativi) ed avanzi ancora soldi per farti una vacanza.

    Occupano più spazio

    Ovviamente essendo il file RAW un formato dove la fotocamera racchiude tutte le informazioni catturate dal sensore digitale, ti ritrovi file molto pesanti (con la mia Mirrorless Olympus EM5II per certe tipologie di foto ottengo foto raw da oltre 100mb).

    Ma sei sicuro che lo spazio sia un problema? Non voglio farti i conti in tasca, ma è innegabile che ora come ora le schede di memoria e i dischi d’archiviazione costano veramente poco in rapporto alla capacità di archiviazione che ti danno.

    Con meno di 100 euro puoi acquistare dei dischi da 2 Terabyte (che corrispondono a 2097152 megabyte, ovvero potresti salvare mediamente dalle 95.000 alle 150.000 foto in formato raw considerato il peso medio dei file sfornati dalle fotocamere digitali moderne).

    Rallentano la fotocamera

    Essendo molto più pesanti rispetto ai file JPG possono rallentarti la fotocamera quando fai scatti in raffica?

    Certamente! In questa situazione la fotocamera ha bisogno di più tempo per salvare i file nella scheda di memoria, pertanto è assolutamente normale che tu possa riscontrare un rallentamento.

    Tuttavia, le fotocamere digitali moderne garantiscono la velocità massima — senza rallentamenti — almeno per i primi 10 o 20 scatti in raffica.

    Si tratta di un formato proprietario

    Se hai usato fotocamere di marca diversa nel corso della tua carriera fotografica hai sicuramente notato che i file raw si chiamano in modo diverso. Ogni marca ha il suo nomignolo per identificare il formato raw:

    • I file raw Canon si chiamano CRW
    • I file raw Nikon si chiamano NEF
    • I file raw Olympus si chiamano ORF
    • I file raw Fujifilm si chiamano RAF
    • ecc…

    Questo non deve crearti problemi di alcun tipo. Non è un limite come certi fotografi ciecamente vanno affermando.

    CONVERTITORE RAW JPEG

    I software sono in grado di gestire tutti i formati e sopratutto mantengono sempre la compatibilità con i formati più vecchi. Anche oggi, con i software più moderni, si possono aprire e gestire i file raw ottenuti con le prime fotocamere digitali di una decina di anni fa. Senza problemi.

    Stranamente, il problema si riscontra piuttosto con i “nuovi modelli di fotocamera” dove magari ci vuole qualche settimana o mese perché il software venga aggiornato in modo da permettere di aprire e gestire i file che si ottengono con una fotocamera reflex appena messa in commercio.

    RAW

    E che mi dici del formato DNG?

    Hai presente i file PDF? Quel formato che usi magari tutti i giorni in ufficio per scambiarti documenti digitali con i colleghi? Quanto comodo è? È stata un’invenzione geniale! Il documento in PDF puoi visualizzarlo da qualsiasi computer, tablet o smartphone. Puoi aprirlo sul PC, Mac o anche computer Linux e puoi stamparlo quando vuoi!

    Beh… il formato DNG (Digital NeGative) si propone di raggiungere lo stesso risultato in ambito fotografico. Sviluppato dalla Adobe (si esatto, proprio la stessa softwarehouse che sviluppa Photoshop e Lightroom) è uno formato raw che vuole essere compatibile con tutto e tutti nell’idea di raggiungere un’universalità nel mondo della fotografia. Esiste anche un tool gratuito per effettuare la conversione da raw proprietario a DNG.

    L’idea ed il presupposto è bello, ma attualmente mostra tutti i suoi limiti. Il file DNG non è ancora stato accettato volentieri dalle aziende che producono i software di post-produzione e tanto meno dai principali produttori di fotocamere; per questo motivo non ti consiglio di convertire i tuoi file RAW originali a questo formato “universale”. Almeno non fino a quando le cose non cambiano in modo deciso.

    Se ti interessa comunque scaricare il tool per la conversione clicca qui.

    TI CONVIENE USARE I FILE RAW?

    In realtà non esiste una risposta universale! Dipende dal tipo di fotografia che fai e dagli usi ai quali è destinata. Io ti ho spiegato pregi e difetti del formato, ora non devi far altro che capire bene qual’è il flusso di lavoro che vuoi adottare ed ottenere il massimo da quello di cui disponi.

    Siamo giunti alla fine del post. Aspetto i tuoi commenti e le tue riflessioni nei commenti…! In più, se l’articolo ti è piaciuto, ti chiedo semplicemente di condividere questo articolo sul tuo social network preferito!

    Gestire l’apertura del diaframma in modo semplice

    sybd0jfsf3s.jpg

    Qualche articolo prima di questo ti ho parlato dei fattori che determinano l’esposizione e più recentemente di cos’è e a cosa serve l’apertura del diaframma. Ora è venuto il momento di capire come puoi comandare e sfruttare questa particolarità tecnica per ottenere delle foto strepitose dal punti di vista artistico e creativo. Se non hai ancora ben chiaro cos’è il diaframma, ti consiglio di rileggere l’articolo precedente cliccando qui.

    Prima di iniziare, specie se è la prima volta che leggi il mio blog, ti vorrei suggerire di iscriverti alla newsletter. I motivi ti possono sembrare banali, ma in realtà iscrivendoti riceverai prima di tutto, e gratuitamente, dei materiali per apprendere alcune tecniche fotografiche. Per secondo, riceverai settimanalmente dei consigli e suggerimenti fotografici rivolti esclusivamente a chi è iscritto. CLICCA QUI PER SAPERNE DI PIÙ »

    apertura del diaframma

    COME SI GESTISCE L’APERTURA DEL DIAFRAMMA

    La priorità diaframma (o apertura) si attiva nella tua fotocamera selezionando la modalità identificata con la sigla A oppure Av (variano in base al modello e marca di fotocamera, ma stanno ad indicare la stessa identica funzionalità) e permette di avere il pieno controllo dell’apertura del diaframma.

    • A = Aperture
    • Av = Aperture Value

    Come per la priorità di tempo, anche questa funzionalità rientra tra i comandi semiautomatici utilizzati da molti fotografi professionisti.

    Ad essere sincero, e non credo di sbagliare, credo di poter affermare che probabilmente questa modalità di scatto può essere definita LA MODALITÀ DI SCATTO preferita ed utilizzata dalla maggioranza dei fotografi in giro per il mondo.

    Per quale motivo? Ne parlerò dopo, ma ti posso anticipare che con questa modalità tutto sommato puoi gestire anche il tempo di scatto (anche se non in modo diretto come nella modalità priorità di tempo ovviamente).

    apertura del diaframma

    COSA FA LA FOTOCAMERA

    Quando imposti la fotocamera in questa modalità di scatto tu prendi il controllo dell’apertura diaframma che viene indicata in valori numerici anticipati dal prefisso f/.

    Suggerimento: trovi tutto indicato con degli esempi chiari nel precedente articolo!

    In questa modalità tu imposti l’apertura del diaframma che ritieni opportuno e la fotocamera si arrangia da sola ad adeguare tutti gli altri parametri per ottenere un’immagine correttamente esposta.

    Torno a richiamare il primissimo articolo sulle basi della fotografia.

    In quella occasione ti dicevo che per ottenere un’immagine correttamente esposta bla bla bla (rileggiti l’articolo linciato prima), devi gestire e combinare correttamente tre fattori:

    1. la sensibilità ISO del sensore
    2. il tempo di scatto
    3. l’apertura del diaframma

    Se non te lo ricordi clicca qui e rileggiti l’articolo base di partenza.

    Quando scatti in priorità diaframma (o di apertura) ti devi preoccupare solamente di capire qual’è la profondità di campo e sfocato che vuoi ottenere mentre la fotocamera, in modo automatico, imposta il tempo di scatto corretto e, specie nelle fotocamere più moderne ed evolute, anche la sensibilità ISO.

    Allora come ti sembra questo articolo? Ti piace? Perché non lo condividi con i tuoi amici o sul tuo social network preferito? Aiuterai sia il blog a crescere e potresti suggerire qualcosa di interessante a chi ti sta attorno!

    apertura del diaframma

    I VANTAGGI

    Gestendo l’apertura del diaframma puoi gestire la profondità di campo, o in modo più semplice puoi in pratica gestire lo sfocato.

    Il concetto di fondo che devi ricordare è che se vuoi creare degli sfocati interessanti devi impostare dei numeri diaframma molto bassi, i più bassi possibili con il tuo obiettivo che stai usando.

    Puoi usare questo sistema per ottenere dei splendidi ritratti ad esempio: è molto efficace creare uno sfocato dietro al soggetto che stai fotografando, in modo che l’osservatore non si distragga da oggetti/elementi/situazioni che ci sono dietro al soggetto principale.

    Se invece vuoi ottenere più elementi possibili a fuoco, devi fare l’esatto contrario: impostare dei numeri diaframma molto alti.

    Questo modo viene usato in assoluto nella fotografia paesaggistica in modo che nel panorama fotografato, salvo diversa scelta del fotografo, gli elementi imprimo piano e anche le montagne nello sfondo, siano perfettamente nitide e a fuco per far gustare all’osservatore l’immagine nella sua maestosità.

    I VANTAGGI (NASCOSTI)

    Di questi ne parlano in pochi. O almeno io non ho trovato mai nessuno darci importanza.

    È chiaro che il poter gestire la profondità di campo ha sicuramente ripercussioni enormi sul lato artistico e creativo, ma il diaframma permette di fare anche un’altra cosa.

    Entra in gioco nuovamente l’articolo iniziale di questo percorso: le basi della fotografia. Nello specifico il triangolo dell’esposizione. triangolo esposizione

    Seguimi nel ragionamento.

    Considerato che tutti i fattori — ISO/TEMPO/APERTURA — sono tra loro collegati e bilanciati per poter ottenere una foto correttamente esposta, se tu cambi un valore del diaframma (passando ad esempio da f/16 a f/2) significa che questo cambiamento si ripercuote anche sugli altri due fattori (ISO e Tempo di scatto) che dovranno essere ricalcolati ed adattati.

    Nello specifico che succede se passi da un numero diaframma alto (f/16) ad uno molto più basso (f/2)? Succede, come ti ho spiegato prima, che la profondità di campo sarà minore e quindi otterrai degli sfocati più facilmente.

    Ma… succede anche che hai aperto di molto il foro del diaframma, facendo passare molta più luce attraverso l’obiettivo e che andrà a colpire il sensore.

    Tutto chiaro fino a qui? Ti torna tutto?

    A questo punto, e ormai siamo alla conclusione del ragionamento, per ottenere comunque una foto correttamente esposta, la fotocamera interviene:

    1. o sulla sensibilità ISO;
    2. o sui tempi di scatto;

    Se nella tua fotocamera non è possibile o non hai attivato gli ISO AUTOMATICI, le fotocamere agiscono sul tempo di scatto rendendolo molto più veloce. Essendoci molta più luce che bussa alla porta del sensore, la fotocamera la aprirà per pochi attimi rispetto a prima.

    Vale ovviamente anche il contrario: più chiudi il diaframma e più lungo sarà il tempo di scatto.

    Ora ti metto alla prova:

    1. Se stai scattando in priorità diaframma e ti accorgi che il tempo di scatto è troppo lento, che cosa puoi fare?
    2. Se stai scattando in priorità diaframma e ti rendi conto che hai la necessità di usare un tempo di scatto un po’ più lento, che cosa puoi fare?

    Risposta #1: apri il diaframma di qualche numero. Passando più luce automaticamente il tempo di scatto diventa più veloce.

    Risposta #2: chiudi il diaframma di qualche numero. Fai passare in questo modo meno luce e la fotocamera imposterà automaticamente un tempo di scatto più lento (o lungo).

    Prima di continuare ti chiedo un piccolo favore. A te non costa nulla, mentre a me serve per migliorare la visibilità di questo post condividendo questo articolo.

    apertura del diaframma

    I LIMITI

    Nella gestione dell’apertura del diaframma hai tutto sommato un solo limite: l’apertura massima.

    Se hai più di un obiettivo probabilmente ti sei già accorto/a che non permettono di arrivare tutti alla stessa apertura massima; avrai degli obiettivi che arrivano ad aprire il diaframma fino ad un valore di 3.5, altri fino a 4… magari se hai un buon obiettivo arrivi anche a 1.8.

    In sostanza, non tutti gli obiettivi permettono di far passare la stessa quantità di luce, pertanto ce ne saranno alcuni che permettono di farne passare tanta (f/1.4… f/1.8… f/2.0) ed altri che non permettono questo lusso (f/4… f/5.6).

    Sta a te scegliere e capire quale obiettivo ti serve perché in linea di massima vale la regola: più luce fanno passare, più costano. Quindi un obiettivo con apertura massima f/2.8 di solito costa molti più soldi (anche il doppio o triplo) di uno con apertura f/4.

    Siamo giunti alla fine del post. Aspetto i tuoi commenti e le tue riflessioni nei commenti…! In più, se l’articolo ti è piaciuto, ti chiedo semplicemente di condividere questo articolo sul tuo social network preferito!

    Il diaframma in fotografia. Le basi per comprenderlo

    Comprendere la funzionalità del diaframma in fotografia non è per niente semplice, e forse proprio per questo motivo molte persone si arrendono alla prima difficoltà passando oltre trascurando le opportunità creative che può permetterti di raggiungere. Purtroppo di solito si tende a semplificare la questione dicendo che il diaframma da modo di gestire la profondità di campo, o per gestire lo sfocato se risulta più comprensibile, ma le sue funzionalità sono ben più complesse ed importanti.

    Prima di iniziare, specie se è la prima volta che leggi il mio blog, ti vorrei suggerire di iscriverti alla newsletter. I motivi ti possono sembrare banali, ma in realtà iscrivendoti riceverai prima di tutto, e gratuitamente, delle guide per apprendere alcune tecniche fotografiche. Per secondo, riceverai settimanalmente dei consigli e suggerimenti fotografici rivolti esclusivamente a chi è iscritto. CLICCA QUI PER SAPERNE DI PIÙ »

    diaframma in fotografia

    COS'È E COSA FA IL DIAFRAMMA IN FOTOGRAFIA

    Beh… prima di fare brutte figure è meglio aver chiaro che il diaframma è un elemento meccanico che si trova all'interno degli obiettivi fotografici, quindi non è una caratteristica che puoi trovare indicata nella fotocamera con ottiche intercambiabili.

    Questo elemento meccanico chiamato diaframma ha la particolarità di poter creare un foro di dimensioni variabili (in base alle impostazioni) in modo tale da poter regolare la quantità di flusso luminoso (o luce) che passa all'interno dell’obiettivo.

    Quindi si… è come avere una specie di tappo nell'obiettivo che puoi aprire o chiudere a piacimento o in base alle tue necessità.

    Si ok… simpatico dirai tu. Ma ancora non hai capito la sua utilità vero? Come darti torto?

    diaframma in fotografia

    LO SCOPO DEL DIAFRAMMA

    Nell’articolo sulle basi delle fotografia ti ho spiegato che il diaframma è uno dei tre parametri essenziali, e di cui non puoi fare a meno, per ottenere una foto correttamente esposta.

    Per rendere il concetto più semplice devi immaginare il flusso della luce. Seguimi nel mio ragionamento:

    Il sensore (o pellicola) per registrare un’immagine deve essere colpito da una certa quantità esatta di luce che proviene dall’esterno; ovviamente puoi gestire la sensibilità del sensore alla luce attraverso gli ISO come già spiegato. Questo flusso luminoso arriva da ciò che hai difronte a te ovvero della scena che stai fotografando.

    Bene. A questo punto che fa il flusso luminoso? Deve ovviamente passare attraverso l’obiettivo della tua fotocamera per poi trovare, guarda un po’, il sensore che si trova proprio li alla fine.

    In questo breve tragitto all’interno dell’obiettivo il diaframma ti da modo, potendo regolare la grandezza di un foro, di decidere quanta luce far passare:

    • se c’è una luce molto intensa puoi decidere di farne passare poca;
    • se c’è una luce poco intensa (ambienti bui) poi decidere di farla passare tutta.

    Puoi fare a meno del diaframma?

    Se hai già letto gli altri articoli potresti intuire, o supporre, che anche con il tempo di scatto in fondo puoi decidere l’intensità di luce che deve colpire il sensore (o pellicola) e che pertanto del diaframma potresti anche farne a meno tutto sommato (e per questo motivo tanti non approfondiscono lo studio del diaframma).

    Ma c’è un limite fisico del quale non puoi sbarazzarti: l’obiettivo stesso è un diaframma (un foro nel quale passa la luce appunto).

    Ma fatta questa precisazione ti sei mai chiesto se puoi veramente farne a meno? Beh… probabilmente per la maggiorate delle foto che fai e valutando il semplice concetto di “esposizione corretta” potresti anche far a meno del diaframma e gestire la luce con il tempo di scatto e sensibilità ISO (cosa che viene fatta dalle fotocamere compatte in sostanza). Ma ti perderesti una cosa importantissima che deriva dalla regolazione del diaframma (o foro che fa passare la luce…): la gestione della profondità di campo.

    diaframma in fotografia

    IL DIAFRAMMA E LA PROFONDITÀ DI CAMPO

    Vediamo un po’ come posso spiegarti la profondità di campo; prima però ti chiedo di condividere questo articolo sul tuo Facebook o social network preferito. Credimi che per me è importante e a te non costa veramente nulla!

    Per farti capire cosa sia la Profondità di Campo non c’è mezzo migliore che un esempio pratico tratto dal manuale Bokeh — L’arte dello sfocato.

    Fai questo semplice esperimento: prendi in mano una matita, distendi il braccio di fronte a te tenendola rivolta con la punta verso l’alto, e guardala. Osserva la matita e, con la coda dell’occhio, fai caso allo sfondo. Noterai che tutto ciò che sta dietro la matita è sfocato. Se però distogli lo sguardo dalla matita e ti concentri su ciò che sta dietro, succede l’esatto contrario: lo sfondo è nitidissimo, ma la matita risulta sfocata.

    Questa è la Profondità di Campo: la capacità di vedere a fuoco tutti gli elementi, o solo parte di essi.

    Nel nostro esperimento si parla di Profondità di Campo ridotta, in quanto tale capacità è limitata (o matita o sfondo). Il nostro sistema visivo ne ha una ridottissima, ma è talmente rapido nel mettere a fuoco ciò che osserviamo, che non ce ne rendiamo conto. Abbiamo l’impressione che tutto sia perfettamente a fuoco.

    Con la fotografia le cose stanno però diversamente: la tua fotocamera, a differenza della vista umana che funziona in modo continuativo come un video, è in grado di catturare e registrare solo un singolo momento e, di conseguenza, riesce a rendere visibile e distinguere gli elementi sfuocati da quelli nitidi.

    Il diaframma in fotografia [FOTO SOPRA] In realtà la Profondità di Campo in una fotografia non si limita a due piani di messa a fuoco (sfondo e soggetto), ma a tre: lo sfocato dietro al soggetto, il piano a fuoco in cui si trova il soggetto, e lo sfocato tra la fotocamera e il soggetto.

    COME SI GESTISCE LA PROFONDITÀ DI CAMPO

    Per poter avere il controllo della profondità di campo devi necessariamente disporre di una fotocamera con i comandi manuali (anche se sarebbe più corretto chiamarli semiautomatici):

    1. M = manuale
    2. A, Av = priorità di apertura (o diaframma)

    Se la tua fotocamera non dispone di questi comandi, ma solo di automatismi e scene pre-impostate, allora comprendi anche tu che i limiti creativi sono messi a dura prova, o quanto meno si limitano agli aspetti riguardanti la composizione.

    COME SI LEGGE LA PROFONDITÀ DI CAMPO?

    L’apertura del diaframma viene indicata in valori numerici anticipati dal prefisso f/. L’esempio di una scala di valori numerici standard è:

    f/1 — f/1,4 — f/2 — f/2,8 — f/4 — f/5,6 — f/8 — f/11 — f/16 — f/22 — f/32 ecc…

    Nella tua fotocamera verranno indicati come:

    1–1.4–2–2.8–4–5.6–8–11–16–22–32 ecc…

    • Un numero di diaframma basso corrisponde ad una apertura molto ampia: un foro grande;
    • Un numero di apertura alto corrisponde ad una apertura molto piccola: un foro piccolo;

    Il diaframma in fotografia Per quanto riguarda la profondità di campo, ovvero l’intensità dello sfocato ottenibile, sarà così caratterizzato:

    • Un numero di diaframma basso corrisponde ad una apertura molto ampia che ti da modo di avere pochi elementi a fuoco;
    • Un numero di apertura alto corrisponde ad una apertura molto piccola che ti da modo di avere tanti elementi a fuoco;

    Il diaframma in fotografia

    A destra un diaframma molto aperto. A sinistra un diaframma molto chiuso.

    Se vuoi approfondire la creazione e gestione dello sfocato ti consiglio il manuale realizzato appositamente che puoi trovare cliccando qui: Bokeh | L’arte dello sfocato.

    La sensibilità ISO in fotografia. Le basi

    La sensibilità ISO è uno dei parametri fondamentali in praticamente qualsiasi fotocamera digitale: dalle compatte alle medio-formato, dalle reflex alle mirrorless, praticamente tutte le fotocamere digitali ti permettono di variarne il valore. Non ti sei chiesto perché ho usato più volte il termine fotocamera digitale? Beh… la pellicola non permette di cambiare la sensibilità ISO tra uno scatto e l’altro, ogni pellicola ha una sua sensibilità e quella devi usare per fare le foto di tutto il rullino. Bella comodità il digitale vero?

    Prima di iniziare, specie se è la prima volta che leggi il mio blog, ti vorrei suggerire di iscriverti alla newsletter. I motivi ti possono sembrare banali, ma in realtà iscrivendoti riceverai prima di tutto, e gratuitamente, delle guide per apprendere alcune tecniche fotografiche. Per secondo, riceverai settimanalmente dei consigli e suggerimenti fotografici rivolti esclusivamente a chi è iscritto. CLICCA QUI PER SAPERNE DI PIÙ »

    sensibilità ISO

    ISO SIGNIFICATO IN FOTOGRAFIA

    Hai presente i visori notturni? Quella specie di binocoli che vedi usare dagli agenti speciali nei film per vedere in ambienti totalmente al buio? A grandi linee quel strumento amplifica con un procedimento elettronico la pochissima luce disponibile in modo da renderla visibile anche all’occhio umano.

    Il sensore digitale della tua fotocamera funziona più o meno allo stesso modo; puoi regolarne la sensibilità in modo che sia in grado di vedere anche in ambienti poco illuminati.

    Di solito nelle fotocamere digitali si parte da un valore minimo (che può essere di 50, 100 o 200 in base al modello e marca di fotocamera) e si può variare aumentandolo fino ad un valore massimo.

    Le fotocamere compatte generalmente non vanno oltre gli 800 ISO di sensibilità massima, mentre le fotocamere più evolute riescono ad arrivare anche fino a 6400 ISO ed oltre.

    ISO FOTOCAMERA: COME FUNZIONA

    E’ il più semplice dei parametri da impostare, infatti si regola generalmente in base alla situazione luminosa esterna.

    Devi fare delle in un locale o alla sera durante una festa all’aperto? Probabilmente il contesto nel quale ti trovi è poco illuminato.

    In queste situazioni ti consiglio di fare alcune foto con il valore base (quello più basso) per vedere che risultati ottieni; se ti ritrovi delle foto mosse o troppo scure (sottoesposte) puoi aumentare la sensibilità ISO per districarsi da questa situazione complicata.

    ALTRI USI DELLA SENSIBILITÀ ISO

    Ti ricordi l’articolo precedente nel quale parlavo del triangolo dell’esposizione? In quel contesto ti avevo spiegato che tra i tre parametri fondamentali su cui si basa la fotografia c’è la sensibilità ISO, che è correlata agli altri due parametri tempo e diaframma.

    Sulla base di questo fondamento è prassi aumentare la sensibilità ISO non soltanto nei contesti poco luminosi, ma bensì anche in quelli in pieno giorno. triangolo-esposizione Sulla base del triangolo dell’esposizione infatti, aumentando la sensibilità ISO puoi scattare la foto correttamente esposta usando dei tempi di scatto molto più veloci. E questo ti torna molto utile se stai fotografando un evento sportivo, una corsa automobilistica o dei ciclisti. Tutti contesti dove ti serve un tempo i scatto molto veloce per congelare l’azione.

    sensibilità ISO

    GLI EFFETTI COLLATERALI

    Speravi tu che ci fossero solo benefici vero? Purtroppo non è così.

    Aumentare la sensibilità ISO comporta una serie di effetti collaterali che danneggiano la qualità finale dell’immagine ottenuta: il rumore digitale.

    Il rumore digitale è un calo della qualità dell’immagine che si manifesta con la comparsa nell’immagine finale di:

    1. una granulosità diffusa che determina una perdita di dettaglio sui particolari (detto anche rumore luminoso)
    2. una serie di artefatti colorati (verde e magenta) che modificano la resa complessiva dei colori dell’immagine (viene detto anche rumore cromatico).

    Va considerato che questi effetti collaterali non si verificano contemporaneamente in tutte le fotocamere; alcune soffrono solo del rumore luminoso (come le Fujifilm dotate di sensore X-Trans o Sigma dotate di sensore Foveon).

    L’aumento della sensibilità ISO comporta anche una riduzione della gamma dinamica, concetto che spiegherò meglio in un articolo dedicato.

    Siamo giunti alla fine del post. Aspetto i tuoi commenti e le tue riflessioni nei commenti…! In più, se l’articolo ti è piaciuto, ti chiedo semplicemente di condividere questo articolo sul tuo social network preferito!

    INTERVENTI IN POST-PRODUZIONE

    Nonostante questi limiti causati dal rumore digitale, l’enorme evoluzione tecnologica che stiamo vivendo in questo periodo ha permesso di fare dei passi in avanti incredibili nella sistemazione delle immagini colpite questo effetto collaterale.

    Cerca nei software che usi per post-produrre le tue immagini la funzione di eliminazione del rumore digitale; i risultati non ti permetterà di gridare al miracolo, ma ci andrai molto vicino.

    sensibilità ISO

    LIMITI ISO FOTOGRAFIA

    Fin dove puoi spingerti ad aumentare la sensibilità ISO della tua fotocamera?

    Questo puoi saperlo solo tu in base ai risultati che ottieni. In linea di massima tuttavia non è mai bene spingersi al limite massimo della tua fotocamera. Se il limite è 6400 ISO allora di solito il rumore digitale è accettabile fino a 1600 ISO. Se il limite è 12800 ISO allora non andrei oltre i 3200 ISO.

    TUTTAVIA… Dipende anche da che uso farai delle foto…

    Ti svelo un segreto: se le foto devi pubblicare su Facebook a dimensioni ridotte, diciamo intorno agli 800px di lato maggiore, il rumore allora lo noti pochissimo e poi spingerti anche a valori molto elevati vicini al limite della fotocamera.

    Se devi stampare le foto vale la stessa cosa: il rumore si nota molto meno quando subiscono il processo di stampa.

    VIDEO EXTRA

    https://youtu.be/2uwu--8VZig

    Ah, ultima cosa importantissima. L’articolo ti è piaciuto? Lasciami un commento qui sotto o condividi l’articolo con i tuoi amici!

    L’esposizione corretta in fotografia. Le basi

    Se stai affrontando proprio dall’inizio questa avventura che si chiama fotografia ci sono dei concetti basilari dai quali non puoi schiodarti, indipendentemente dal fatto che tu utilizzi fotocamera analogiche o digitali, medio-formato o compatte, reflex o mirrorless. Stiamo parlando della necessità che una foto sia correttamente esposta, ovvero che non sia eccessivamente scura (sottoesposta) oppure eccessivamente chiara (sovraesposta).

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    esposizione

    I FATTORI CHE DETERMINANO L'ESPOSIZIONE

    Anche se potrà sembrarti strano, i parametri che determinano l’esposizione di un’immagine in una fotocamera sono solamente tre, combinati tra loro:

    1. la sensibilità ISO del sensore
    2. il tempo di scatto
    3. l’apertura del diaframma

    Fin tanto che scatti in Automatico questi tre parametri non ti interessano perché è la fotocamera che si preoccupa di dosarli correttamente tra loro al fine di ottenere un’immagine correttamente esposta.

    Se però disponi di una fotocamera nella quale trovi da qualche parte la possibilità di selezionare una di queste funzioni identificate con le sigle A — Av — T — Tv — S — M, allora significa che puoi anche decidere di prendere tu il controllo e mettere le mani in pasta sulla composizione (luminosa) della foto.

    Prima però voglio spiegarti nel dettaglio i tre parametri e come interagiscono tra loro:

    La sensibilità ISO. Una volta esisteva la pellicola. Oggi invece esiste il sensore digitale che ha la stessa identica funzione di registrare l’immagine. La differenza con la pellicola tuttavia sta nella possibilità di renderlo più o meno sensibile alla luce ogni volta che desideri. Nella tua fotocamera, comprese le compatte, puoi trovare la funzione SENSIBILITÀ ISO che ti da appunto modo di decidere quanto sensibile alla luce deve essere il sensore (più basso è il valore e meno sensibile alla luce è il sensore).

    Il tempo di scatto. Quando effettui uno scatto il sensore (o pellicola) viene esposto alla luce per un determinato tempo dandogli modo di catturare o registrare l’immagine. Il tempo può essere molto breve oppure molto lungo in base alle necessità ma per fare un esempio: se vuoi fotografare una macchina da formula 1 che sfreccia a 300km/h è necessario usare un tempo di scatto molto rapido per catturare l’immagine. Se il tempo di scatto fosse troppo lento otterresti una foto mossa.

    L’apertura del diaframma. Ogni fotocamera, che sia una reflex o una compatta, dispone di un obiettivo dove al suo interno si trova un elemento meccanico — chiamato diaframma — che funziona allo stesso modo di un rubinetto dell’acqua. Si tratta di un vero e proprio sistema meccanico che crea un foro di dimensione variabile in base alle necessità. Se deve passare poca luce il foro sarà molto piccolo, mentre se deve far passare tanta luce il foro sarà di dimensioni molto più ampie.

    LE UNITÀ DI MISURA

    ISO. Si parte da un valore più basso (50, 100 o 200 ISO) e poi si sale man mano che si vuole aumentare la sensibilità del sensore alla luce.

    TEMPO DI SCATTO. Nelle fotocamere viene indicato in valori interi seguiti da delle virgolette per indicare un tempo in secondi (1”, 2”, 10”, 15” ecc…). I tempi di scatto sotto il secondo vengono indicati in frazioni di secondo (1/20 = un ventesimo di secondo; 1/100 = un centesimo di secondo ecc… ).

    PS: un tempo di scatto di 1/500 di secondo è più veloce di un tempo di 1/50 di secondo.

    APERTURA DIAFRAMMA. La quantità di luce che passa attraverso un foro viene determinata in base a dei rapporti, pertanto i valori diaframma vengono indicati in modo universale con i numeri f/ e possono essere questi: 1.2–1.4–1.8–2–2.8–4–5.6 e via a salire. Un numero di apertura più basso significa che il diaframma è molto aperto, mentre un numero di apertura più alto significa che il foro del diaframma è più piccolo.

    Prima di continuare ti chiedo un piccolo favore. A te non costa nulla, mentre a me serve per migliorare la visibilità di questo post condividendo questo articolo.

    esposizione

    IL TRIANGOLO DELL’ESPOSIZIONE

    Ora che hai capito quali sono i tre parametri che determinano l’esposizione è arrivato il momento che tu comprenda che come questi interagiscono tra loro.

    Per ottenere una corretta esposizione bisogna che una certa quantità di luce arrivi al sensore per un determinato tempo in base alla sua sensibilità alla luce. A tal punto è chiaro che i tre fattori possono essere combinati tra loro a piacimento purché la quantità di luce che arriva al sensore sia la stessa.

    Meglio fare degli esempi per chiarire questo aspetto? Quando sei davanti ad una scena da fotografare puoi ottenerla correttamente esposta in vari modi; seguimi nel ragionamento.

    Se aumenti la sensibilità del sensore, rendendolo quindi più sensibile alla luce, devi usare un tempo di scatto più veloce.

    Ma se non puoi usare un tempo di scatto più veloce? Allora devi per forza cambiare l’apertura del diaframma riducendone le dimensioni (quindi impostando un numero diaframma più alto) in modo da far arrivare meno luce al sensore.

    E se stai fotografando una formula uno che corre a 300km/h? Hai la necessità di usare un tempo di scatto veloce, ma questo comporta la necessità che tu faccia passare molta più luce attraverso il diaframma (quindi devi usare un numero di diaframma più basso).

    Se non puoi aprire di più il diaframma magari perché sei già arrivato al limite massimo di apertura? Allora devi per forza aumentare la sensibilità del sensore.

    Come vedi da questi esempi non hai alternative: in base alla luce disponibile puoi combinare i vari parametri tra loro, ma non puoi fare tutto quello che desideri.

    Questa è la regola fondamentale che viene riassunta dal triangolo dell’esposizione. Qui sotto l’illustrazione che puoi scaricare per stampartela e farne gli usi che più desideri.

    triangolo-esposizione

    LA LETTURA DEL TRIANGOLO

    Questo schema è un’evoluzione di quelli che si trovano di solito in giro ed è stato direttamente elaborato da tecnicafotografica.net per renderti le cose più chiare. Ecco degli esempi per capirne il funzionamento:

    LATO ISO. Se vuoi aumentare la sensibilità ISO (quindi immagina di seguire la freccia verso sinistra) sarai costretto a compensare questa cosa con una delle due soluzioni:

    1. Chiudere il diaframma (trovi la parola CHIUSO proprio a ridosso dell’angolo);
    2. Usare un tempo di scatto più veloce (indicato in verde);

    Se invece vuoi ridurre la sensibilità ISO (quindi seguire la freccia verso destra) sarai costretto a fare una di queste due cose:

    1. usare un tempo di scatto più lento (trovi la parola LENTO proprio a ridosso dell’angolo);
    2. aumentare l’apertura del diaframma (indicato in verde);

    LATO TEMPO DI SCATTO. Se vuoi usare tempi di scatto più veloci (quindi immagina di seguire la freccia verso l’alto) sarai costretto a compensare l’esposizione con:

    1. aprire il diaframma (trovi la parola APERTO proprio a ridosso dell’angolo);
    2. aumentare la sensibilità ISO (indicato in verde);

    Se invece vuoi usare tempi di scatto più lenti (quindi seguire la freccia verso il basso) sarai costretto a fare una di queste due cose:

    1. abbassare la sensibilità ISO (trovi la parola BASSI proprio a ridosso dell’angolo);
    2. chiudere il diaframma (indicato in verde);

    LATO DIAFRAMMA. Se vuoi usare diaframmai più aperti (quindi immagina di seguire la freccia verso l’alto) sarai costretto a compensare l’esposizione con:

    1. usare tempi di scatto più veloci (trovi la parola VELOCE proprio a ridosso dell’angolo);
    2. ridurre la sensibilità ISO (indicato in verde);

    Se invece vuoi usare un diaframma più chiuso (quindi seguire la freccia verso il basso) sarai costretto a fare una di queste due cose:

    1. aumentare la sensibilità ISO (trovi la parola ALTI proprio a ridosso dell’angolo);
    2. ridurre il tempo di scatto (indicato in verde);

    esposizione

    RIEPILOGO DEI TERMINI USATI

    • A — Av = Priorità di apertura o Priorità Diaframma;
    • T — Tv — S = Priorità di tempo;
    • M = Manuale;
    • Sottoesposta = immagine troppo scura;
    • Sovraesposta = immagine troppo chiara;
    • Esposizione corretta = immagine ne troppo scura e ne troppo chiara;
    • f/ = valore che determina l’apertura del diaframma;

    Siamo giunti alla fine del post. Aspetto i tuoi commenti e le tue riflessioni nei commenti…! In più, se l’articolo ti è piaciuto, ti chiedo semplicemente di condividere questo articolo sul tuo social network preferito!

    Backup delle foto? Ecco la guida definitiva

    Sei alla ricerca del metodo definitivo e più sicuro al mondo per fare un backup delle foto? Il metodo esiste e consiste in una cosa semplicissima: upload on-line in uno dei tanti servizi gratuiti (o a pagamento) disponibili. Dovrai solo tenere in considerazione una cosa: in Italia è praticamente impraticabile, pertanto hai a disposizioni due soluzioni:

    1. dedichi tutte le notti a fare l’upload dei file on-line sperando che non ci siano interruzioni nella connessione;
    2. trovi una soluzione alternativa, come quelle che ti propongo in questo articolo.

    Prima di iniziare, specie se è la prima volta che leggi il mio blog, ti vorrei suggerire di iscriverti alla newsletter. I motivi ti possono sembrare banali, ma in realtà iscrivendoti riceverai prima di tutto, e gratuitamente, dei materiali per apprendere alcune tecniche fotografiche. Per secondo, riceverai settimanalmente dei consigli e suggerimenti fotografici rivolti esclusivamente a chi è iscritto. CLICCA QUI PER SAPERNE DI PIÙ »

    Backup Foto

    PERCHÈ IL BACKUP DELLE FOTO È IMPORTANTE

    Che anche tu sia consapevole di fare troppe foto, sopratutto tante foto che non hanno nulla di minimamente artistico, è un dato di fatto. Ma non è questo il punto, altrimenti mi basterebbe dirti di cliccare quel tasto CANC (oppure Cmd+Back) e il problema sarebbe risolto.

    Ti faccio una domanda scomoda: quando ti capita di rovistare tra le decine di cartelle con foto apparentemente inutili che hai fatto qualche anno prima, a quella bella festa, compleanno o vacanza… Dimmi la verità; quante emozioni ti ritornano in mente?

    Che lo si voglia accettare o meno, questa è la forza caratteristica delle foto inutili; ovvero di tutte quelle fotografie fatte senza finalità artistiche ma esclusivamente in momento di totale cazzeggio con gli amici,fidanzata o parenti.

    E quindi? Dove sta il problema?

    Il fatto è che queste foto sono quelle che occupano di più le tue schede di memoria, quella dello smartphone o della fotocamera compatta.

    Fare un backup corretto di queste foto, indipendentemente dal fatto che tu abbia usato uno smartphone piuttosto che una reflex professionale, non è solo una cosa utile, ma un dovere che devi fare verso te stesso ed i tuoi ricordi.

    Nei prossimi paragrafi ti spiegherò un metodo per fare il backup delle foto, ma prima bisogna che tu prenda la consapevolezza di quello che stai facendo ora. Se ti riconosci in uno di questi avatar, allora sei a rischio “disastro”.

    AVATAR 1: IL FOTOGRAFO “NON FOTOGRAFO” [NON CALCOLABILE]

    Se ti capita di fare qualche foto lo fai volentieri e ti piace, ma non sei il tipo di persona che si mette a fare levatacce mattutine per catturare l’alba o che si fa ore di escursioni in montagna per arrivare in un punto preciso dal quale ricavare un tramonto suggestivo.

    Le foto sono quasi tutte nella scheda di memoria della tua fotocamera, che ti sei premurato di prendere bella capiente a suo tempo. Se proprio ti capita di aver occupato quasi tutto lo spazio le scarichi sul desktop del tuo PC o computer portatile che hai a casa.

    Quali sono i fattori di rischio?

    1. le schede di memoria si possono danneggiare più spesso di quello che pensi;
    2. è facile formattare la scheda senza farci caso;
    3. fotocamera e smartphone sono oggetti facili da rubare (e la scheda si trova li dentro);

    AVATAR 2: IL FOTOGRAFO CONSAPEVOLE [RISCHIO ELEVATO]

    Sei un appassionato di fotografia attento e come prassi salvi le foto nel computer periodicamente. Spesso giri con il portatile e per questo motivo sistematicamente fai le foto e appena puoi le salvi nel portatile.

    Quali sono i fattori di rischio?

    1. la prossima volta che prendi in mano il computer inciampi sul filo di alimentazione e ti cade a terra. HD danneggiato. La riparazione o il recupero dati ha dei costi che spesso supera le migliaia di euro;
    2. usi il computer fisso? qualche anno fa un fulmine ha beccato un palo della luce della mia linea che si trovava ad un centinaio di metri. La tensione è stata talmente forte che nel millesimo di tempo necessario al salvavita per intervenire, si sono bruciati rispettivamente: tutti i telefoni, una televisione, qualche elettrodomestico e la tastiera del computer collegata via USB ad un alimentatore. Il PC ed alcuni dischi esterni non erano collegati alla rete elettrica (culo! di solito sono collegati!).

    AVATAR 3: IL FOTOGRAFO ORGANIZZATO [RISCHIO MEDIO]

    Sei il fotografo che è consapevole dell’importanza del backup delle foto. Per questo motivo fai sempre in modo di avere 2 copie delle tue foto sfruttando i CD e DVD che attualmente costano pochi centesimi, occupano pochissimo spazio e garantiscono la possibilità di copiare un gran numero di dati (foto nel tuo caso).

    Quali sono i fattori di rischio?

    1. cd e dvd vergini sono dei contenitori dati che si danneggiano molto facilmente. Con il tempo i dati scritti nelle superficie del disco si deteriora portandoti alla perdita di parecchi dati (non tutti per fortuna).
    2. sono sensibili agli sbalzi termici. Ho molti dvd/cd che usavo come backup nel primo decennio che facevo fotografia che cominciano a presentare delle crepe sulla superficie. Tutto probabilmente dovuto al fatto che li custodivo in una stanza fredda e poi li andavo ad usare nei lettori molto caldi.
    3. i lettori CD/DVD stanno lentamente scomparendo dal mercato. Sempre più spesso non si trovano in dotazione nei portatili e computer fissi.

    AVATAR 4: IL FOTOGRAFO SUPER-SAYAN [RISCHIO RIDOTTO]

    Sei un fotografo attento. La differenza rispetto ad un professionista sta solo nella partita-iva.

    Ogni sessione fotografica è salvata in 3 copie: una sul computer + due copie sui dischi esterni.

    I dischi esterni sono li sopra la scrivania, ma sempre staccati dall’alimentazione per evitare rischi dovuti ai sbalzi di tensione.

    Quali sono i fattori di rischio?

    Il tuo metodo è valido e molto più sicuro degli altri. Probabilmente non avrai mai problemi nella tua vita da fotografo, ma tenere tutti i backup delle foto li a portata di mano significa rischiare di perderli tutti in un colpo a causa di:

    1. furto in casa;
    2. bambino che gioca e fa cadere tutta la pila di dischi;
    3. infiltrazioni d’acqua/allagamenti (cantine o seminterrati);

    Backup Foto

    TU CHE AVATAR SEI?

    Allora come ti sembra questo articolo? Ti piace? Perché non lo condividi con i tuoi amici o sul tuo social network preferito? Aiuterai sia il blog a crescere e potresti suggerire qualcosa di interessante a chi ti sta attorno!

    Io consiglio questo procedimento semplice, rapido ed economico, che uso da decenni in ambito fotografico e non mi ha mai comportato alcun problema nonostante il numero impressionante di imprevisti successi.

    Un backup efficace si basa essenzialmente su questi fattori:

    1. facilità di esecuzione;
    2. buona organizzazione dei file;
    3. disporre SEMPRE di almeno 2 copie dei file;
    4. conservare in posti diversi le copie;

    BACKUP FOTO — FACILITÀ DI ESECUZIONE

    I backup delle foto vanno fatti sistematicamente, pertanto è essenziale che per te non diventi una prassi che ti porta via troppo tempo.

    Questo sta alla base del fatto per il quale io sconsiglio di farlo attraverso le modalità ON-LINE. Con le bande che abbiamo in Italia ci metti troppo tempo, dovresti farlo la notte lasciano che il computer lavori, ma se per un motivo il backup non va a buon fine sei fregato e devi ricominciare da capo.

    Seee… credici… dopo due tentativi andati a vuoto sicuramente dirai “bah… ritento il backup domani o stanotte” e con questo ti ritrovi con settimane o mesi di backup MAI FATTI.

    Suggerimento

    Il metodo più rapido è quello di avere degli HD esterni (DISCHI ESTERNI) nei quali riversi i file per i quali devi fare il backup.

    BACKUP FOTO — ORGANIZZAZIONE

    Fare una copia dei file è semplice, ma devi anche renderne semplice il recupero. Se per un qualche motivo devi accedere ai backup allora devi individuare i file in modo pratico e veloce.

    ECCO IL MIO METODO

    Io ti consiglio di organizzare il salvataggio dei file con questa logica:

    FASE 1: Rinomina i tuoi file immagine con la sequenza:

    AAMMDD_NNN

    • AA = ultime due cifre dell’anno
    • MM = mese
    • DD = giorno del mese
    • NNN = sequenza numerica 001…002…002 ecc..

    Esempio:

    Se hai realizzato delle foto durante le vacanze a Levico Terme tra il 14 e il 15 agosto, i tuoi file dovranno essere rinominati come segue:

    LE FOTO DEL GIORNO 14:

    • 150814_001.jpg
    • 150814_002.jpg
    • 150814_003.jpg
    • ecc..

    LE FOTO DEL GIORNO 15:

    • 150815_001.jpg
    • 150815_002.jpg
    • 150815_003.jpg
    • ecc…

    FASE 2: Raggruppa tutte le foto del giorno in cartelle specifiche rinominate come:

    AAMMDD_NomeEvento

    Quindi, sempre sulla base delle foto fatte tra il 14 e il 15 agosto 2015 farai due cartelle:

    • 150814_VacanzaLevicoTerme / che contiene le foto del 14 agosto
    • 150815_VacanzaLevicoTerme / che contiene le foto del 15 agosto

    Opzione: visto che si tratta del medesimo evento, puoi anche decidere di fare una cartella unica nelle quali raccogli tutte le foto della vacanza. In questo caso puoi nominarla come:

    • 1508_VacanzaLevicoTerme / che contiene le foto del 14 e 15 agosto

    FASE 3: Crea una cartella per ogni anno nella quale inserisci tutte le cartelle dell’anno specifico.

    All’atto pratico questo è un esempio di come dovresti ritrovarti organizzate le cartelle ed i backup dei file delle foto:

    Backup delle foto

    Perché questo metodo di rinomina file è efficace?

    • I computer organizzano e catalogano i file in modo naturale per nome leggendoli da sinistra verso destra. Nel nostro esempio prima legge l’anno, poi il mese e successivamente il giorno, elencandoli automaticamente in modo progressivo.
    • Se un giorno trovi on-line un file che avevi pubblicato qualche anno prima e non ti ricordi di preciso di quale evento si trattava o faceva parte, è facile riconoscerlo subito in quanto riporta Anno/Mese/Giorno. Scrivere solo “giro in montagna” o “sessione in studio” potrebbe non essere sufficiente se fai molte uscite in montagna o fai molte sessioni fotografiche in studio.

    BACKUP FOTO — DUPLICE COPIA

    Devi sempre disporre come minimo di 2 copie dei file.

    • Nella versione più basilare di questo metodo, per le foto che stai elaborando hai la garanzia di averne una copia originale salvata in un HD eterno (disco esterno).
    • Nella prassi più CORRETTA significa tuttavia disporre di due copie salvate in due HD esterni (dischi esterni) che potresti chiamare BACKUP01 e BACKUP02.

    Attenzione:

    È basilare il concetto di HD ESTERNO. Non devi salvare due copie del file all’interno del tuo computer facendo magari due cartelle di cui una la chiami “backup”. Se domani il computer si rompe perdi comunque entrambe le copie. Devi invece avere due copie su due dischi separati.

    BACKUP FOTO — CONSERVAZIONE

    Se ti sei riconosciuto nel fotografo SUPER-SAYAN allora probabilmente ti manca solo un passaggio per poter avere la coscienza a posto: la conservazione dei dischi in posti diversi.

    Se ti fai due copie backup dei file su due dischi esterni (che chiamerai BAKCUP01 e BACKUP02) non ha senso lasciare entrambi i dischi sopra la scrivania; la cosa che devi fare è prendere uno dei due dischi esterni e conservarlo in un luogo diverso della casa.

    Questo non ti rende invulnerabile da delle catastrofi (terremoto o alluvione), per questo il backup ON-LINE rimane per definizione la scelta migliore (se fattibile), ma perlomeno scongiura il danno da furto, bambino che gioca o infiltrazioni d’acqua.

    PS: sto gufando in questo momento e ne sono consapevole… ma non mi assumo responsabilità di quello che potrebbe succedere al tuo computer nelle prossime ore. Potrai tuttavia migliorare la tua posizione condividendo — se non l’hai già fatto — questo articolo sui vari social!

    QUALI STRUMENTI PER FARE IL BACKUP?

    Per me l’uso dell’HD esterno rimane la scelta con il rapporto qualità prezzo migliore.

    Ormai ci sono tante soluzioni HD disponibili, da quelle più economiche a quelle più costose (HD allo stato solido chiamati anche SSD), ma di fatto con un centinaio di Euro puoi acquistare dei buoni dischi che ti permettono di fare il backup per anni, anche se sei un professionista.

    Ecco alcune soluzioni:

    DISCHI DA 1 TB

    Sono dischi capaci di contenere 1048576 Megabyte. Per darti un paragone considera che una fotocamera normalmente genera file immagini da 7–8 Megabyte, quindi sono in grado di archiviare fino ad oltre 130.000 fotografie.

    DISCHI DA 2 TB

    Sono in grado di archiviare fino ad oltre 260.000 fotografie.

    Questi sono solo degli esempi, ma se vuoi vedere tutta l’ampia scelta CLICCA QUI.

    Backup Foto

    DISCHI PORTATILI O FISSI?

    Magari ti sei accorto che esistono soluzioni anche con prezzi più bassi, ovvero ti seri reso conto che i dischi esterni portatili costano un po’ di più rispetto a quelli fissi come questo da 3 TB?

    La differenza è che QUELLI PORTATILI non necessitano di cavi di alimentazione: li colleghi al computer o portatile via USB (anche con i tablet) e li puoi usare ovunque.

    Quelli FISSI invece necessitano di un alimentatore di corrente (una presa insomma) per poter funzionare. Il motivo sta nelle prestazioni: i dischi fissi esterni sono più veloci nel trasferimento dei dati.

    Io ho adottato entrambe le soluzioni:

    • DISCO FISSO ESTERNO ultra veloce e con grande capacità che mi fa da BAKUP01. Questo è sempre sopra la scrivania e collegato al computer. Lo uso per avere i dati sempre a portata di mano quando mi servono e per fare backup rapidi.
    • DISCHI PORTATILI ESTERNI che mi fanno da BACKUP02 e BACKUP03 (si… io lavoro con la triplice copia) e che trovo comodi perché li collego via USB giusto per fare il backup e poi li custodisco in posti diversi.

    CONCLUSIONI. OGNI QUANTO TEMPO FARE IL BACKUP?

    Se lavori con la duplice copia “basilare” il backup va fatto:

    • ogni volta che finisci una sessione fotografica;
    • ogni volta che torni da una vacanza oppure uscita fotografica;

    Se lavori con la duplice copia “ideale”, ovvero usando due dischi esterni BACKUP01 e BACKUP02 puoi anche permetterti di usare questo time:

    BACKUP01

    • ogni volta che finisci una sessione fotografica;
    • ogni volta che torni da una vacanza oppure uscita fotografica;

    BACKUP02

    • Una volta la settimana (o in base al tuo volume di foto che realizzi);

    Se lavori in triplice copia come faccio io invece puoi permetterti di fare:

    BACKUP01

    • ogni volta che finisci una sessione fotografica;
    • ogni volta che torni da una vacanza oppure uscita fotografica;

    BACKUP02

    • Una volta la settimana (o in base al tuo volume di foto che realizzi);

    BAKCUP03

    • Una volta al mese.

    Backup Foto

    ALLORA CHE ASPETTI?

    Direi che ora non hai più tante scuse. Sei proprio sicuro di voler rischiare di buttare alle ortiche anni di ricordi? Non perdere ulteriore tempo, prenditi un disco esterno: CLICCA QUI.

    Ah… se ti chiedi se io ho mai perso dei dati o sessioni fotografiche… SI… mi è capitato, ed e stato fatto nel modo più ingenuo che si potesse immaginare: ho venduto il mio vecchio portatile e prima di cederlo l’ho formattato per eliminare tutti i dati… e tra di essi c’era una cartella sul desktop che conteneva le foto della festa del mio 18° compleanno.

    Siamo giunti alla fine del post. Aspetto i tuoi commenti e le tue riflessioni nei commenti…! In più, se l’articolo ti è piaciuto, ti chiedo semplicemente di condividere questo articolo sul tuo social network preferito!

    La profondità di campo in fotografia

    Con due articoli, questo è il primo, andrò ad affrontare la quesitone della corretta messa a fuoco del soggetto. Non è una cosa scontata, ma nemmeno eccessivamente complessa. Con l’occasione parlerò anche della PDC (Profondità di Campo in fotografia) cercando di illustrarti in modo pratico di cosa si tratta.

    Prima di continuare, specie se è la prima volta che leggi il mio blog, ti vorrei suggerire di iscriverti alla newsletter. I motivi ti possono sembrare banali, ma in realtà iscrivendoti riceverai prima di tutto, e gratuitamente, dei materiali per apprendere alcune tecniche fotografiche. Per secondo, riceverai settimanalmente dei consigli e suggerimenti fotografici rivolti esclusivamente a chi è iscritto. CLICCA QUI PER SAPERNE DI PIÙ »

    profondità di campo

    LA PREMESSA SULLA PROFONDITÀ DI CAMPO

    In questa sezione andrò ad illustrare alcuni elementi fondamentali per poter avere un maggiore controllo creativo sulla vostra immagine.

    Ti possono anche dire che l’illuminazione è la cosa più importante in una foto, ma la composizione e la messa a fuoco (che include anche la gestione della profondità di campo in fotografia) sono i due principali elementi che ti danno modo di avere il comando completo sul risultato che vuoi ottenere. La messa a fuoco ti consente di isolare un soggetto o un particolare in modo da portare l’occhio dell’osservatore esattamente dove vuoi tu.

    La prima cosa che devi comprendere sulla messa a fuoco è la profondità di campo in fotografia.

    LA PROFONDITÀ DI CAMPO IN FOTOGRAFIA

    Per farti capire cos’è la profondità di campo in fotografia fai questo semplice esperimento: prendi in mano una penna, distendi il braccio di fronte a te tenendola rivolta con la punta verso l’alto e guardala chiudendo uno dei due occhi.

    Se osservi la penna, con la coda dell’occhio potrai notare che tutto ciò che sta dietro di essa, sullo sfondo della tua camera/ studio/ufficio, è sfocato.

    Se però distogli lo sguardo dal nostro oggetto e ti concentri su ciò che sta dietro, succede l’esatto contrario: lo sfondo ora è nitidissimo, ma la penna risulta sfocata.

    Questo è l’esempio pratico di cos’è la profondità di campo in fotografia, ovvero la capacità di vedere a fuoco tutti gli elementi, o solo parte di essi.

    La Profondità di campo in fotografia (PDC) è una zona di una scena all’interno della quale l’immagine è estremamente nitida. Non appena un oggetto (persona o cosa) esce da questo intervallo, la percezione di nitidezza inizia man mano a diminuire fino a quando gli elementi sono totalmente sfuocati.

    Il passaggio non è netto, ma graduale, e si verifica sia davanti al soggetto fotografato, che dietro di esso.

    Si parla di ampia profondità di campo in fotografia, quando questo intervallo dove gli elementi sono a fuoco è molto esteso (pensa ad esempio ad una foto di un paesaggio dove sia l’orizzonte sullo sfondo che il pontile in primo piano sono perfettamente nitidi e a fuoco).

    Si parla di ridotta profondità di campo in fotografia, quando il medesimo intervallo è molto breve. Prendi come esempio la foto qui sotto:

    Il soggetto fotografato è perfettamente nitido, mentre lo sfondo è completamente sfuocato. Il passaggio, pur non essendo netto, mette in evidenza che siamo difronte ad una ridotta profondità di campo.

    La profondità di campo in fotografia è determinata da tre fattori:

    • l’apertura del diaframma,
    • la distanza del soggetto dall’obiettivo
    • la lunghezza focale dell’obiettivo.

    Diamo un’occhiata a come funziona ciascuno di essi.

    APERTURA

    Profondià di campo in fotografia Il diaframma è un foro all’interno della lente, regolabile nell’ampiezza, che determina quanta luce deve passare attraverso l’obiettivo e raggiungere il sensore.

    La dimensione di apertura del diaframma viene misurata in f-stop — è uno dei valori indicati anche meglio obiettivi stessi, assieme alla lunghezza focale. I valori di f-stop funzionano con una logica inversa, un valore piccolo nel numero di f/ (prendi come esempio f / 2.8) corrisponde ad una dimensione più grande del foro del diaframma o una più ampia apertura, che si traduce in una profondità di campo RIDOTTA. Viceversa un valore alto nel numero di f/ (predi come esempio f/16) si traduce in una dimensione più piccola del foro del diaframma o un’apertura ridotta e di conseguenza ad una AMPIA profondità di campo.

    RIDOTTA VS. AMPIA PROFONDITÀ DI CAMPO IN FOTOGRAFIA

    I fattori che influiscono sulla Profondità di campo in fotografia sono tre, ma intervenire sull’apertura del diaframma è il metodo più usato per gestirla.

    Se devi realizzare una fotografia di paesaggi è consigliabile che tu ottenga tutti gli elementi a fuoco: dall’albero in primo piano alle montagne sullo sfondo, ovvero devi ottenere un’ AMPIA profondità di campo. Per ottenere questo ti consiglio di usare la fotocamera in modalità Priorità diaframma (indicata con Av oppure A in base al modello di fotocamera) ed impostare un valore di f-stop a circa f/11 o superiore. La fotocamera imposterà in modo autonomo i tempo di scatto.

    Se vuoi invece creare un bel sfuocato, ideale per i ritratti, allora è consigliabile che tu vada ad usare un diaframma molto aperto, ovvero impostare un valore di f-stop a circa f/2.8 o inferiore (nei limiti delle possibilità del tuo obiettivo). Anche in questo caso la fotocamera imposterà in modo autonomo il tempo di scatto.

    Se hai testato i due metodi noterai come i tempi di scatto siano molto più veloci se utilizzi un diaframma molto aperto; cosa assolutamente normale in quanto con diaframma aperto permetti di far passare molta più luce attraverso l’obiettivo e di conseguenza la fotocamera necessita di meno tempo per registrare l’immagine sul sensore.

    profondità di campo

    INTERVALLI DI APERTURA

    Tutti gli obiettivi hanno una varia gamma di aperture possibili. Da una più piccola, ad esempio f/1.4 (obiettivo ultraluminoso) a f/32 con un valore incrementale “fisso” tra loro (f/2 — f/2.8 — f/4 — f/5.6 — f/8 — f/11 — f/16 — f/22 ecc…).

    Le fotocamere moderne permettono anche valori incrementali intermedi, ma a tu devi imparare a memoria questa scala come fosse una tabellina aritmetica. Ciascun numero f rappresenta uno “stop” di luce rispetto al precedente o successivo. E’ un’equazione matematica (che è la lunghezza focale della lente diviso per il diametro dell’apertura diaframma) che determina la quantità di luce che entra nell’obiettivo indipendentemente dalla lunghezza focale dell’obiettivo. Pertanto un valore f/4 su un obiettivo da 50mm di focale farà passare l’equivalente luce di un obiettivo da 200mm con un diaframma sempre f/4, ottenendo di fatto la stessa identica esposizione. Ogni cambiamento del valore di f/ verso uno di valore maggiore (ad esempio da f/2 a f/2.8) fa passare esattamente la metà della luce attraverso l’obiettivo, mentre se passi ad un valore minore (ad esempio da f/11 a f/8) fai raddoppiare la quantità di luce che passa attraverso l’obiettivo.

    Cosa c’è di importante in questo aspetto matematico? E’ molto importante perché variando il valore di f/ determini quanta luce passa attraverso l’obiettivo e questo incide sul tempo di scatto. Diaframma e tempo infatti funzionano in tandem per ottenere la giusta esposizione di scatto.

    Non ne parlerò ora ma in sostanza, quando si modifica la dimensione di apertura del diaframma, il tempo varierà di conseguenza (se stai scattando in Av oppure S come suggerito prima):

    • diventerà più veloce se apri il diaframma
    • si rallenta se chiudi il diaframma

    DISTANZA DALLA LENTE

    L’ultimo elemento che determina la profondità di campo è la distanza del soggetto dall’obiettivo in base alla focale usata: puoi infatti ottenere una profondità di campo diversa facendo attenzione a questo aspetto.

    Ad esempio: il soggetto è molto vicino a te? A massimo 1–2 metri e hai impostato la messa a fuoco su di lui? Realizzando una foto con il diaframma impostato ad esempio a f/2.8 ti troverai difronte ad una ridotta profondità di campo.

    Al contrario: posizionando il soggetto più distante da te, a 5–6 metri ed usando i medesimi parametri di scatto (stessa focale e diaframma impostato a f/2.8) ti renderai conto che pur usando la stessa apertura hai una maggiore profondità di campo.

    Incredibile come ci siano tanti fattori in gioco vero? In realtà questo metodo non è molto utilizzato, anche se è bene conoscerlo, perché comporta una variazione radicale nella composizione della tua immagine.

    Sicuramente, se è tuo interesse ottenere dei bei sfuocati ma non ci riesci, ti tornerà più utile comprendere questo aspetto:

    • maggiore è la focale e minore sarà la Profondità di campo disponibile.

    Che cosa intendo? Stai usando una determinata focale, diciamo 18mm con diaframma f/4, e non riesci ad ottenere un bel sfuocato? Prova a variare la focale portandola a 50mm pur mantenendo lo stesso diaframma. Noterai che la profondità di campo si riduce notevolmente permettendoti di creare lo sfuocato voluto.

    Ovviamente se hai focali molto più ampie la cosa ti risulterà ancora più semplice!

    profondità di campo

    CONCLUSIONE

    Gestire la profondità di campo è un buon modo per modificare le caratteristiche della tua foto, e manipolare l’apertura è il modo ideale per farlo, perché ha poco o nessun effetto sulla composizione. Devi solamente ricordarti di adeguare — o ricordare che lo farà la fotocamera in automatico — la velocità di scatto (o cambiare la sensibilità ISO) per compensare le variazioni nell’esposizione dagli adeguamenti al numero f.

    Le variazioni della distanza dal soggetto e della focale influenzano la profondità di campo in fotografia, ma questi cambiamenti ti porteranno a dover trovare dei compromessi nella composizione.

    Pertanto, le modifiche nell’apertura sono il modo migliore per manipolare Profondità di campo in fotografia senza alterare la composizione di una foto.


    Questo articolo è tratto da exposureguide.com e liberamente tradotto/rielaborato.

    Comprendi le modalità di scatto della REFLEX

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    Quando acquisti una macchina fotografica digitale, non è detto che tu conosca ancora tutti i metodi di scatto avanzati, tuttavia puoi sfruttarne le caratteristiche evolute per ottenere delle immagini migliori sfruttando le impostazioni base. Si tratta di impostazioni pre-programmate che consentono di scegliere la velocità dell’otturatore e il valore dell’apertura ottimale per la fotografia che vuoi ottenere. Sono utili quando si è agli inizi, ma anche per il fotografo esperto (e professionista) che ha bisogno di catturare una situazione veloce e non ha tempo di definire i parametri di scatto con la funzione avanzata.

    Conosco personalmente dei fotografi professionisti — molto bravi tra l’altro — che in alcune occasioni continuano ad utilizzare le modalità manuali per il semplice fatto che gli rendono più facile ottenere il risultato senza dover star li a perdersi nell’impostazione di tanti parametri. Questo specie nei contesti dove il controllo della luce è molto difficile.

    Alla base di tutto, per riuscire ad ottenere delle immagini migliori, c’è la necessità di mettersi a proprio agio con i metodi di scatto. Solo successivamente si può iniziare ad affrontare lo studio dei metodi di scatto avanzate.

    I seguenti sono i più comuni, ma prima di iniziare, specie se è la prima volta che leggi il mio blog, ti vorrei suggerire di iscriverti alla newsletter. I motivi ti possono sembrare banali, ma in realtà iscrivendoti riceverai prima di tutto, e gratuitamente, delle guide per apprendere alcune tecniche fotografiche. Per secondo, riceverai settimanalmente dei consigli e suggerimenti fotografici rivolti esclusivamente a chi è iscritto. CLICCA QUI PER SAPERNE DI PIÙ »

    apertura del diaframma

    MODALITÀ AUTO

    In questa modalità di scatto la fotocamera sceglie la velocità dell’otturatore, l’apertura del diaframma, la sensibilità ISO e quando è necessario usare il Flash per catturare correttamente la vostra immagine.

    Tutto quello che devi fare è puntare e scattare.

    Questo può essere utile se non hai idea di quali sono le impostazioni da scegliere e anche quando si ha bisogno di fare uno scatto rapidamente.

    In questa modalità generalmente ottieni uno scatto perfettamente esposto, specie di giorno e in situazioni ben illuminate. In condizioni dove la luce non è uniforme potrebbe farti usare il flash anche quando non è necessario, ma non crea di solito grossi problemi.

    MODALITÀ RITRATTO

    modalità di scatto

    Se imposti questa modalità di scatto induci la fotocamera “pensare” che ci sia un soggetto in primo piano che ti interessa fotografare e pertanto cercherà di darti una ridotta profondità di campo al fine di mantenere il soggetto umano a fuoco, ma con lo sfondo sfocato.

    Se la fotocamera riscontra che c’è poca luce, aggiungerà un colpo di Flash in modalità Fill-in.

    Il Flash in modalità Fill-in è utile anche in condizioni di sole quando questo crea delle ombre troppo dure e scure per schiarirle. La modalità Ritratto generalmente funziona meglio in condizioni di buona illuminazione, pertanto cerca usarla in queste situazioni.

    Ricorda: con i ritratti è consigliabile usare l’inquadratura verticale!

    MODALITÀ MACRO

    modalità di scatto

    La modalità di scatto macro è molto utile per scattare una fotografia di un soggetto molto piccolo e per il quale devi avvicinarti molto per catturarne i dettagli.

    Ricorda che la modalità “macro” dipende dall’obiettivo che usi, infatti dipende da quest’ultimo la capacità di avvicinarsi tanto o poco al soggetto; per questo ti serve un obiettivo macro.

    Ecco un video interessante:

    https://www.youtube.com/embed/sFiiM2pERd8?ecver=2

    La modalità macro funziona meglio in condizioni di elevata luminosità e porta la fotocamera a scegliere una profondità di campo molto ridotta ma adatta al soggetto. Pertanto, se la luce è bassa, è necessario usare un treppiede.

    La messa a fuoco del soggetto deve essere ancora più accurata in questa modalità perché quando si scatta con una ridotta profondità di campo è più facile sbagliare la messa a fuoco del soggetto.

    MODALITÀ PAESAGGIO

    apertura del diaframma

    La modalità di scatto per i paesaggi porta la fotocamera ad usare, di solito, un’apertura di diaframma minore (o un alto numero f/) per creare un’immagine perfettamente a fuoco e nitida dagli elementi in primo piano fino a quelli in lontananza (su certi obiettivi potresti trovare il simbolo di un 8 messo in orizzontale che sta ad indicare “infinito”, ovvero l’impostazione ideale per i paesaggi).

    La modalità Paesaggio tende a soddisfare un vasto numero di situazioni e necessità, e anche questo funziona meglio se la scena è ben illuminata.

    Anche in questa modalità la fotocamera userà il flash se riscontra un soggetto primo pianto troppo scuro, tuttavia nei paesaggi il flash è quasi inutile. Con i paesaggi è consigliabile usare un’inquadratura orizzontale.

    Prima di continuare ti chiedo un piccolo favore. A te non costa nulla, mentre a me serve per migliorare la visibilità di questo post condividendo questo articolo.

    MODALITÀ SPORT

    modalità di scatto

    Poiché quando si pensa allo “sport” si immaginano attività dal ritmo veloce, la fotocamera in questa modalità di scatto vi darà dei tempi di scatto molto rapidi: almeno 1/500–1/1000 di secondo.

    Con una velocità così elevata dell’otturatore è necessario trovarsi una una situazione ben illuminata, per non rischiare di ritrovarsi con ISO troppo elevati.

    Questa modalità funziona molto bene insieme a modalità di scatto continuo, in cui le immagini vengono catturate in modo rapido.

    MODALITÀ RITRATTO NOTTURNO

    DPI e PPI

    In questa modalità di scatto, la fotocamera cercherà di bilanciare l’oscurità dello sfondo con la necessità di illuminare il soggetto in primo piano.

    L’apertura sarà abbastanza ampia da consentire al sensore di catturare sufficiente luce dello sfondo, cercherà però allo stesso tempo di non aprire eccessivamente il diaframma in modo da mantenere il soggetto a fuoco, e pertanto sfrutterà il flash per compensare la luce la mancanza di luce che serve.

    MODALITÀ AVANZATE

    Su tutte le fotocamere Reflex e in molte di quelle compatte evolute, ci sono anche delle modalità di scatto identificate da delle lettere:

    • M (Manuale),
    • AV o A (Priorità Diaframma),
    • TV o S (Priorità di Tempo)
    • P (Auto programmato).

    La modalità di scatto Manuale consente al fotografo di modificare ogni singola impostazione, dal diaframma al tempo di scatto.

    AV-A permette al fotografo di impostare il valore di apertura e la fotocamera imposta automaticamente la velocità dell’otturatore corretta. Se vuoi approfondire questa modalità di scatto clicca qui.

    TV-S consente al fotografo di scegliere il tempo di scatto (per esempio quando tiro sportivo) e la fotocamera imposta automaticamente l’apertura corretta. Se vuoi approfondire questa modalità di scatto clicca qui.

    La modalità P-Programma è simile alla modalità Auto: le impostazioni di scatto come il tempo e diaframma sono determinate dalla fotocamera, ma il fotografo può regolare alcune funzioni di ripresa e registrazione delle immagini.

    CONCLUSIONE

    Alcune persone considerano le impostazioni predefinite delle funzioni rivolte esclusivamente ai dilettanti o principianti e non le tengono in considerazione, quando in realtà ci possono essere molte situazioni in cui sei di fretta e non hai il tempo di regolare tutto manualmente e tornerebbero molto utili.

    Ricorda inoltre che l’utilizzo di queste modalità ti insegnerà a comprendere quali sono le varie condizioni di scatto nelle quali ci si può trovare e capire come ragiona la fotocamera in quelle determinate situazioni.

    Le impostazioni automatiche sono li per essere usate, quando servono, se utili per portare a casa l’immagine che desideri. Non farti problemi ad usarle se ti senti a tuo agio.

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    Scopri tutto sulla Modalità di misurazione esposimetrica

    La prima cosa che devi padroneggiare con la fotocamera — oltre che su come installare la scheda di memoria — è come misurare la luce sul soggetto che si sta fotografando. Tutte le Reflex digitali hanno un esposimetro integrato TTL (Through-The-Lens), che misura l’ambiente o luce riflessa sul soggetto. misurazione esposimetrica

    L’esposimetro TTL deve diventare il tuo nuovo migliore amico quando si tratta di capire qual’è l’esposizione corretta in una fotografia che stai realizzando. Se impari a padroneggiare la misurazione esposimetri le tue foto si catapulteranno immediatamente ad un livello superiore.

    PERCHE’ E’ COSI’ IMPORTANTE?

    Perché in questo modo puoi rappresentare con precisione l’immagine catturando tutti i dettagli emozionanti, i colori, le ombre e texture. Sono sicuro che anche tu hai realizzato un’immagine che ha delle zone chiare troppo intense, prive di dettagli (il termine tecnico è “bruciate” o “sovraesposte”). Purtroppo con la fotografia digitale una volta che hai sovraesposto un’immagine perdi totalmente le informazioni delle zone bruciate, e non puoi più recuperare il dettaglio o particolari. Quindi non devi ignorare l’importanza dell’esposimetro e delle sue modalità di misurazione esposimetrica.

    Vediamo ora le varie modalità di misurazione esposimetrica disponibili nelle fotocamere, ma prima di continuare ti chiedo un piccolo favore. A te non costa nulla, mentre a me serve per migliorare la visibilità di questo post condividendo questo articolo.

    MISURAZIONE PONDERATA CENTRALE

    misurazione esposimetrica In questa modalità, la fotocamera misura le informazioni sulla luce proveniente dal centro del mirino (assorbe anche dati dell’altra parte dell’immagine, ma ne da minore importanza). Questa impostazione fa sì che il soggetto al centro della cornice — che abbiamo messo a fuoco — non venga troppo influenzato da eventuali sfondi troppo scuri o chiari o dalla vignettatura dell’obiettivo.

    Questa impostazione è ideale per le situazioni dove il soggetto principale si trova al centro della cornice, per esempio un ritratto.

    MISURAZIONE SPOT

    misurazione esposimetrica La misurazione esposimetrica SPOT è ideale nelle situazioni in cui il soggetto che dobbiamo fotografare è piccolo oppure l’illuminazione dello sfondo ed oggetti vicini rischiano di fare “concorrenza” con al soggetto principale mentre è necessario concentrarsi su ciò che ti interessa veramente. Nella foto di esempio qui sopra il “problema” stava nel fatto che lo sfondo era molto scuro (notte) rispetto alle insegne luminose. Se non usavo la modalità SPOT non potrei aver avuto un dettaglio urbano così interessante e definito.

    Molte fotocamere moderne, specie le Mirrorless, consentono all’utente di scegliere sia il punto di messa a fuoco ma anche il punto di misurazione esposimetrica, dandoti così maggiore flessibilità e controllo.

    MISURAZIONE PARZIALE

    parziale La misurazione esposimetrica parziale è una modalità in cui l’analisi della luminosità viene effettuata esclusivamente al centro del mirino (a differenza della misurazione esposimetri ponderata centrale in cui viene fatta una media di tutta la luminosità sulla base della lettura al centro). Si può anche interpretare come una misurazione esposimetrica “spot” più ampia (circa 10% del mirino rispetto al 3% circa della modalità spot).

    Questa modalità è molto utile quando il soggetto è eccessivamente in controluce e si desidera ottenere un’esposizione di qualità del soggetto. La misurazione esposimetrica parziale ti consentirà una corretta esposizione del soggetto, ma lo sfondo potrebbe risultarti sovraesposto o sottoesposto.

    Nell’immagine di esempio la scena è stata catturata di sera come nell’esempio precedente, ma sarebbe stato eccessivo usare la modalità SPOT, pertanto ho preferito usare la modalità MISURAZIONE PARZIALE per avere un’analisi della luce su una zona più ampia.

    MISURAZIONE MULTI ZONA

    Esposimetro

    La Misurazione esposimetrica multi-zona (chiamato anche Matrix, o Misurazione valutativa) è l’impostazione predefinita generica di tutte le fotocamere in cui l’esposimetro TTL analizza la luce da tutti i punti della scena e fa una approssimazione di ciò che è più importante per il calcolo del valore dell’esposizione.

    L’efficacia di questo metodo di misurazione esposimetrica dipende molto dalla capacità di calcolo interna della tua fotocamera e da quanti punti utilizza per analizzare la luminosità complessiva della scena. Ci possono essere pertanto fotocamere che sono in grado di realizzare dei calcoli migliori, esponendo meglio di altre. Questa modalità di misurazione è tuttavia la più completa e versatile e con l’evolversi della tecnologia si sta migliorando sempre di più.

    Sicuramente è ideale per le fotografie di paesaggio dove in genere non ci sono soggetti colpiti da fonti di luce molto diverse. Tre cime di Lavaredo

    IMPOSTAZIONI CONSIGLIATE

    Prima di mettervi a comporre l’immagine valutate come la scena viene illuminata. Se appare uniformemente illuminata, utilizzare la modalità di misurazione esposimetrica Multi Zona (Matrix o Valutativa).

    Se la persona o il soggetto da fotografare ha una fonte di luce luminosa alle spalle, usa la modalità ponderata centrale o parziale, in base alle necessità e dimensioni del soggetto.

    Se il soggetto è molto piccolo o è la parte più significativa della scena, utilizzare la modalità di misurazione spot. Basta assicurarsi di puntare correttamente e con precisione il soggetto che dobbiamo fotografare in quanto la misurazione spot copre una piccolissima area del mirino (circa un 3%).

    CONCLUSIONE

    La misurazione esposimetrica è una funzione cruciale della fotocamera in quanto è fondamentale per determinare il valore dell’esposizione prima dello scatto e composizione. Ti ricordo che il termine fotografia significa “scrivere con la luce”!

    Scegliere la modalità di lettura sbagliata non sempre compromette in modo irreparabile un’immagine; tuttavia, una volta che hai imparato le basi delle modalità di misurazione, sarai in grado di evitare immagini sottoesposte o sovraesposte o realizzare immagini che necessitano sempre di piccole correzioni in post-produzione.

    Siamo giunti alla fine del post. Aspetto i tuoi commenti e le tue riflessioni nei commenti…! In più, se l’articolo ti è piaciuto, ti chiedo semplicemente di condividere questo articolo sul tuo social network preferito!


    Questo articolo è tratto da exposureguide.com e liberamente tradotto/rielaborato.

    Il Bilanciamento del Bianco in Fotografia

    Il Bilanciamento del Bianco (WB) è considerato una delle impostazioni più importanti di una macchina fotografica digitale. Considera uno scenario in cui desideri catturare la bellezza delle onde del mare che ondeggiano lentamente con un sole infuocato al tramonto sullo sfondo…. Bello vero? Beh… se non utilizzi la corretta impostazione del Bilanciamento del bianco della tua fotocamera digitale, puoi ottenere una foto con dei colori molto diversi da quelli che stai vedendo realmente.

    Tramonto

    Pertanto, al fine di produrre un’immagine bene esposta con una rappresentazione verosimile dei colori, è necessario che tu prenda coscienza e consapevolezza di come si deve impostare in modo efficace il Bilanciamento del Bianco della tua fotocamera digitale.

    Prima di continuare, specie se è la prima volta che leggi il mio blog, ti vorrei suggerire di iscriverti alla newsletter. I motivi ti possono sembrare banali, ma in realtà iscrivendoti riceverai prima di tutto, e gratuitamente, dei materiali per apprendere alcune tecniche fotografiche. Per secondo, riceverai settimanalmente dei consigli e suggerimenti fotografici rivolti esclusivamente a chi è iscritto. CLICCA QUI PER SAPERNE DI PIÙ »

    TEMPERATURA COLORE

    Per capire il concetto di bilanciamento del bianco, è necessario prima capire il concetto di temperatura del colore.

    La temperatura del colore è una caratteristica della luce visibile. La temperatura del colore ha un metodo per descrivere queste caratteristiche che viene misurata in Kelvin (K). Una maggiore temperatura del colore della luce avrà un colore tendente al blu o un maggiore valore in Kelvin rispetto alla luce più calda, che ha un valore più piccolo in Kelvin.

    temperatura colore Qui entra in gioco il primo fattore che crea confusione, infatti sei probabilmente abituato ad associare l’idea di temperatura alta ai colori “caldi” (giallo, arancione e rosso) e all’idea di temperatura più bassa ai colori “freddi” (grigio, azzurro, blu). Nella realtà è l’esatto contrario come puoi vedere nello schema qui sopra.

    Il secondo fattore che gioca a contro di te è il fatto che in post-produzione succede l’esatto contrario. Questo è quello che si verifica quando correggi il bilanciamento del bianco in post-produzione con l’apposito strumento:

    140626_016 Come vedi è assolutamente normale pensare che una luce più calda corrisponda ad una temperatura più alta e che una luce più fredda corrisponda ad una temperatura più bassa. Ma come ti ho mostrato prima è l’esatto contrario.

    MA PERCHÉ I SOFTWARE LAVORANO AL “CONTRARIO”?

    Ma non ti sei chiesto per quale motivo i software, nelle impostazioni del bilanciamento del bianco, ragionano al contrario?

    In realtà il motivo è semplice nella sua complessità. Prova a seguirmi nel ragionamento e vedrai che capirai anche tu.

    Ho realizzato questa foto in un ambiente illuminato dal sole (luce che ha una temperatura colore di circa 5000°K) e fin qui va tutto bene perché ho detto al software più o meno l’esatta temperatura colore della scena.

    001 Se però, per fare un test, dico al software “hei guarda che la scena era illuminata con lampade al Tungsteno” ecco cosa ottengo:

    gradi kelvin Se l’immagine è diventata “blu” per quale motivo la temperatura è scesa a 2771°K invece di aumentare?

    E’ molto semplice: avendo detto al software che la scena era illuminata con una lampada al Tungsteno, allora va ad impostare un parametro corrispondente a quella temperatura colore (2771°K). Mentre l’immagine diventa “blu” semplicemente per il fatto che gli ho dato un parametro “non corretto” e per questo motivo ha sballato completamente i colori.

    Se la scena fosse stata realmente illuminata da una lampada al tungsteno da 2771°K avrei ottenuto un’immagine esattamente come la prima, perfettamente bilanciata nei colori.

    Quindi: se un giorno qualcuno ti dice “devi usare una luce più calda” ricordati di chiedergli se intende “più K” (quindi tendente al blu) o se intende “una luce con una temperatura colore inferiore” (quindi tendente al giallo/rosso).

    IN CHE MODO LA LUCE INFLUISCE SUL COLORE?

    Forse avrai notato che alcune foto ti vengono fuori con una dominante arancio/gialla se ottenute all’interno di una stanza illuminata da lampadine al tungsteno (quelle ad incandescenza), oppure di un colore più freddo/bluastro se la stanza è illuminata con delle lampade a neon. Ciò si verifica perché ogni sorgente luminosa ha una sua specifica temperatura colore.

    Sempre per farti capire: immagina una scena illuminata dalla luce solare a mezzogiorno, condizione dove la luce è composta dall’intero spettro visibile, permette di visualizzare correttamente i colori come sono nella realtà. Se però una scena viene illuminata da una fonte luminosa diversa, tipo una lampadina ad incandescenza o a led che non riescono a riprodurre l’intero spettro dei colori come può fare la luce solare a mezzogiorno, questa andrà ovviamente a modificare anche la percezione dei colori dei soggetti illuminati.

    there'z **** in da parking lot Questo è il motivo per il quale risulta molto difficile — anche se l’occhio umano tende ad adattarsi e correggere l’errore — identificare ad esempio il colore di un’automobile quando si trova illuminata da un lampione che, di solito, emette una luce molto gialla/arancio.

    PERCHE’ REGOLARE IL BILANCIAMENTO DEL BIANCO?

    Devi partire dal presupposto che la fotocamera può registrare l’intero spettro dei colori (anche l’infrarosso..) ma non può sapere in quale condizione luminosa ti trovi. Può intuirlo, ma ci sono grossi margini di errore.

    Partendo da questo presupposto e dal momento che diverse fonti di luce hanno diverse tonalità di colore, immagina di realizzare una foto con il bilanciamento del bianco impostato su “automatico” ad una scena illuminata da una candela. La luce della candela ha una temperatura molto bassa, che si traduce in una luce che copre prevalentemente le tonalità opache di colore giallo o arancio nella foto e la fotocamera finirà per renderti una foto prevalentemente di colore giallo/arancio.

    Anche se i nostri occhi possono adattarsi automaticamente alle diverse temperature di colore della luce e di conseguenza percepire il colore giusto adattandosi, una macchina fotografica non è in grado di farlo e pertanto deve essere adattata nel modo corretto per darti una riproduzione accurata dei colori.

    Regolando il bilanciamento del bianco della fotocamera digitale, è possibile modificare la luce o la temperatura necessaria per produrre i colori più accurati in un’immagine digitale.

    Vediamo ora la specifica su alcune opzioni disponibili sulla nostra fotocamera:

    BILANCIAMENTO DEL BIANCO PREIMPOSTATO

    Auto — L’impostazione automatica aiuta a regolare il bilanciamento del bianco automaticamente in base alle diverse condizioni di luce, è la fotocamera che cerca di individuare il tipo di condizione luminosa nella quale ti trovi, ma non sempre funziona correttamente.

    Tungsteno/Incandescenza — Questa modalità viene utilizzata per le scene illuminate da lampadine al tungsteno (quelle ad incandescenza col filamento), ed è spesso usata durante le riprese in interni. L’impostazione tungsteno della fotocamera digitale interviene per dare una colorazione più “blu” all’immagine.

    Fluorescente — Questa modalità viene utilizzata per le scene illuminate da fonti luminose come i neon.

    Daylight/Solare — Questa modalità è identificata quasi sempre dal simbolo del sole. Va utilizzata quando stai fotografando una scena illuminata dalla luce solare a mezzogiorno.

    Nuvoloso — Questa modalità è ideale durante le riprese in una giornata nuvolosa. Questa modalità viene usata in molti ambiti perché tende a generare foto con dominanti gialle/arancio che risultano spesso piacevoli da vedere.

    Flash — Il modo flash è richiesto nel caso in cui usi delle fonti luminose artificiali in ambito fotografico. Rispecchia molto la temperatura colore del Daylight/Solare.

    Ombra — Una posizione ombreggiata produce in genere immagini più fredde o più blu, quindi è necessario dare un tocco di giallo/arancio alla scena.

    BILANCIAMENTO DEL BIANCO MANUALE

    Untitled È anche possibile regolare la vostra fotocamera digitale manualmente usando un oggetto bianco come punto di riferimento. Questo viene fatto per indicare alla tua fotocamera di prendere come riferimento un oggetto che in quella data scena appare risulta “bianco”.

    E’ una procedura abbastanza complessa e che spesso fa perdere molto tempo. Io ti consiglio di sfruttare uno degli elementi predefiniti ed effettuare in un secondo momento, in post-produzione, le eventuali micro modifiche per sistemare gli errori di bilanciamento.

    CONCLUSIONI

    Alcune persone considerano dilettanti chi utilizza le impostazioni predefinite o automatiche, quando in realtà sono da considerarsi molto utili per gestire in modo agevole varie situazioni nelle quali ti ritrovi a fotografare e dedicare più attenzione alla composizione della scena.

    Ricorda inoltre che l’utilizzo di queste modalità ti permetterà di comprendere come funziona la temperatura colore per le diverse condizioni luminose in cui ti trovi.

    Non è sempre vero che l’ostinazione ad usare le modalità “manuali” sia segno di “professionalità”.

    Siamo giunti alla fine del post. Aspetto i tuoi commenti e le tue riflessioni nei commenti…! In più, se l’articolo ti è piaciuto, ti chiedo semplicemente di condividere questo articolo sul tuo social network preferito!


    Questo articolo è tratto da exposureguide.com e liberamente tradotto/rielaborato.

    Il fattore di moltiplicazione in fotografia

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    Il fattore di moltiplicazione è un concetto di cui forse hai sentito parlare. Potresti avere idea di cosa si tratta, ma hai potuto riscontrare i suoi effetti in modo chiaro solo sul lato pratico, ed è proprio da qui che voglio partire.

    Se prendi un obiettivo da 14mm di focale e lo usi su una fotocamera con sensore Full Frame, ottieni una foto con una certa inquadratura. Se però quello stesso obiettivo lo utilizzi su una fotocamera con sensore APS ottieni una foto con un’inquadratura più stretta che rende l’immagine più ingrandita, tanto per fare un esempio.

    Di quanto ingrandita? Di un fattore preciso e specifico.

    Conoscendo questo fattore di moltiplicazione, puoi calcolare in modo semplice e rapido che un obiettivo da 14mm, su una fotocamera con sensore Full Frame ad esempio, corrisponde ad un obiettivo da 22mm su una fotocamera con sensore APS.

    Prima di iniziare, specie se è la prima volta che leggi il mio blog, ti vorrei suggerire di iscriverti alla newsletter. I motivi ti possono sembrare banali, ma in realtà iscrivendoti riceverai prima di tutto, e gratuitamente, delle guide per apprendere alcune tecniche fotografiche. Per secondo, riceverai settimanalmente dei consigli e suggerimenti fotografici rivolti esclusivamente a chi è iscritto. CLICCA QUI PER SAPERNE DI PIÙ »

    Termini fotografici

    Il fattore di moltiplicazione, dato dalla differenza nelle dimensioni dei sensori digitali, è una caratteristica oggettiva che si può calcolare con precisione sulla base di questi dati che ti riporto in modo semplice:

    • Fotocamere APS Canon: si moltiplica x 1.6
    • Fotocamera APS Nikon: si moltiplica x 1.5
    • Fotocamere APS Fujifilm: si moltiplica x 1.5
    • Fotocamere 4/3 Olympus/Panasonic: si moltiplica x 2

    È molto importante conoscere il fattore di moltiplicazione della tua fotocamera, perché tutti i riferimenti, tipologie e caratteristiche di un obiettivo che trovi indicati sulle schede tecniche si basano sullo standard sensore Full Frame e non su altri.

    IL FATTORE DI MOLTIPLICAZIONE NEI RITRATTI

    E’ consuetudine identificare nella focale 85mm quella ideale per i ritratti. Se però utilizzi questo obiettivo su una fotocamera Canon con sensore APS, in realtà ti ritrovi una focale di 136mm (85mm x 1.6), esagerata per dei ritratti.

    Se cerchi un obiettivo ideale per i ritratti nella tua fotocamera con sensore APS, dovresti usare una focale di 50mm (che moltiplicata x 1.6 fa circa 80mm). Se usi fotocamere con sensore APS è molto più semplice se fai il calcolo all’inverso: decidi la focale che ti serve e la dividi per il fattore di moltiplicazione.

    Per riprendere l’esempio di prima, è bastato dividere 85mm per 1.6 e ho trovato rapidamente il valore di 53mm; l’obiettivo in produzione che si avvicina di più a questo valore è il 50mm. L’illustrazione sottostante mostra il concetto di “fattore di moltiplicazione”.

    Un determinato obiettivo usato su una fotocamera dotata di sensore APS-C (in blu) rende l’immagine finale più ingrandita rispetto alla stessa immagine che riusciresti ad ottenere con una fotocamera dotata di sensore FULL-FRAME (in rosso).

    Fattore di moltiplicazione

    PRECISAZIONE TECNICA

    Il web è bello perché è vario quindi è probabile che anche tu sia incappato (o ti capiterà… fidati…) in chi ti viene a dire:

    “chi hi cavolo ti ha detto che un obiettivo da 50mm di focale su FullFrame diventa un 80mm su APS? Un obiettivo da 50mm è e rimane un obiettivo da 50mm di focale sia su fotocamere FullFrame che su fotocamere APS”

    Quindi faccio questa aggiunta al fine di rendere le cose chiare e cristalline.

    Un obiettivo da 50mm è e rimane un 50mm di focale, cambia però l’angolo di campo registrato dal sensore che — su APS — è più stretto come vedi nell’immagine qui sopra di esempio.

    Tuttavia è di più facile comprensione, anche per un principiante, dire che un 50mm CORRISPONDE ad un 80mm su APS per il fattore di moltiplicazione (1.6x in questo caso).

    VANTAGGI E SVANTAGGI

    Obiettivo o Fotocamera

    Il fattore di moltiplicazione non è sempre uno svantaggio. Da un lato comporta il fatto che non potrai sfruttare in modo ottimale delle ottiche che magari già possiedi (le vecchie fotocamere Reflex analogiche erano tutte Full Frame): ti ritrovi nell’impossibilità di usare quel bell’obiettivo 24mm per un panorama considerato che sulla tua fotocamera Reflex con sensore APS diventa un 40mm, focale non propriamente adatta ai panorami. Dall’altro lato ti ritrovi un valore aggiunto impressionante se hai la necessità di teleobiettivi.

    PROVA A PENSARCI…

    Se hai, o devi acquistare un obiettivo da 300mm, sulla tua fotocamera con sensore APS corrisponde ad un obiettivo di quasi 500mm! (300mm moltiplicato per 1,6). In pratica ti ritrovi una focale ottima per fare fotografia naturalistica o di eventi sportivi.

    Un obiettivo professionale di 500mm f/4 da usare su fotocamera Full Frame costa 4–5.000 €, mentre un ottimo obiettivo professionale da 300mm f/4 (da usare sulla fotocamera APS) costa circa 1.500 €. Non è un vantaggio, secondo te?

    ATTENZIONE AGLI OBIETTIVI

    Fin d’ora voglio dirti di prestare particolare attenzione all’aspetto “sensore”, perché in commercio, con la maggiore diffusione del sensore APS, sono stati sviluppati obiettivi specifici per questo formato.

    Se acquisti un obiettivo fotografico “standard”, ovvero adatto per fotocamere con sensore Full Frame, lo puoi usare tranquillamente su qualunque fotocamera reflex della stessa marca (indipendentemente dal tipo di sensore di cui è dotata).

    Contrariamente, se acquisti un obiettivo fotografico sviluppato specificatamente per fotocamere con sensore APS, non potrai usarlo su una fotocamera con sensore Full Frame, magari comprata successivamente.

    MICROMOSSO, TEMPO DI SICUREZZA E FATTORE DI MOLTIPLICAZIONE

    Nei blog, forum e gruppi di fotografia si parla spesso di “tempo di sicurezza”, ovvero la tecnica che consiste nel determinare il tempo di scatto “limite” che puoi utilizzare a mano libera.

    In sostanza la tecnica insegna che il tempo limite per non ottenere il micromosso a mano libera senza treppiede deve essere la corrispondente della focale usata.

    In pratica se usi una focale di 50mm il tempo di sicurezza è 1/50° di secondo, se usi un obiettivo da 200mm di focale il tempo di sicurezza è di 1/200° di secondo ecc…

    Ma come ci si comporta con il fattore di moltiplicazione?

    In questi casi il tempo di sicurezza va calcolato sulla focale APPARENTE, ovvero dopo il calcolo di moltiplicazione. Per andare sul pratico se stai usando un obiettivo da 50mm di focale su una fotocamera APS Canon devi moltiplicare per 1,6 ottenendo una focale apparente di 80mm. In questo caso il tempo di sicurezza è di 1/80° di secondo.

    Note: qualcuno potrebbe chiedersi il motivo di questa affermazione, visto che un sensore APS non fa altro che “ritagliare” la parte centrale del fotogramma, quindi non dovrebbe incidere sui tempi di sicurezza, ma nella realtà va considerata la differenza di densità dei pixel sui sensori APS che è generalmente molto superiore e per questo amplifica il micromosso.

    Una domanda interessante:

    Questi obiettivi sviluppati specificatamente per il formato APS sono comunque soggetti al fattore di moltiplicazione?

    Assolutamente SI! In tutti gli obiettivi il valore della focale in millimetri riportato fa riferimento allo standard FULLFRAME, pertanto anche se acquisti un obiettivo Canon specifico per APS con focale indicata di 50mm, devi considerare che va moltiplicato X 1,6 (oppure 1,5 se usi Nikon o Fujifilm). Se compri un obiettivo per fotocamere micro 4/3 che riporta come focale 15mm, devi anche questo moltiplicarlo (in questo caso X 2).

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