A scuola di fotografia con Anne Geddes

Anne Geddes: una maestra della visione

La fotografia come forma d’arte, non si limita alla riproduzione di belle immagini, di cartoline perfette del reale: essa comunica un’idea, esprime un’emozione, crea dei mondi.

Ecco perché un fotografo che voglia definirsi tale, non è fornito solo di un solido bagaglio di competenze tecniche, ma è principalmente un visionario, dotato di ispirazione e creatività, con le quali comunica inedite visioni del mondo e definisce un proprio stile che lo distingue e lo rende riconoscibile.

La fotografa Anne Geddes è forse uno degli esempi più rappresentativi: le sue foto iconiche e dal forte impatto emotivo sono note in tutto il mondo e hanno cambiato per sempre il modo di fotografare l’infanzia.

Conoscere e studiare il lavoro di Anne Gedddes, per me, significa non certo cercare di imitarlo, ma prendere ispirazione dalla sua creatività nell’arte del ritratto e imparare dall’esecuzione magistrale delle sue idee.

Anne Geddes, nonostante le schiere di imitatori e di critici del suo lavoro, ha avuto il coraggio di perseguire la sua visione rimanendo fedele al suo stile e raccogliendo sfide sempre più complesse.

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Anne Geddes

Chi è Anne Geddes, la fotografa dei bambini

Nata nel 1956, Anne Geddes, cresce nel Queensland, in Australia e fin dal giovanissima è attratta dalla forza comunicativa della fotografia, cominciando a fotografare con una macchina analogica e sviluppando le foto in camera oscura.

Per sette anni lavora presso lo studio di un fotografo di Melbourne, specializzandosi nei ritratti di famiglia, imparando i segreti dell’illuminazione e lavorando con una macchina di grande formato, 3x5.

Finalmente decide di trasformare il suo garage in uno studio fotografico e comincia a sperimentare la sua personale tecnica del ritratto, dando il via alla prima produzione di calendari e cartoline natalizie.

Ma c’è una foto in particolare, all’inizio del suo percorso creativo, che la porterà alla notorietà: quella in cui un bambino fa capolino da un vaso per fiori.

Nata per caso e ispirata alle fiabe della buonanotte che la fotografa racconta alle sue figlie, la foto è la prima di una serie che costituirà il suo primo libro, Down in the garden, dove si definiscono le caratteristiche del suo stile unico e inconfondibile, dalla struttura semplice ma dal forte impatto visivo.

Da allora un veloce percorso la porta a diventare una delle fotografe più riconosciute su scala mondiale, le cui immagini sono state diffuse in stampe e pubblicazioni, ma anche calendari, cartoline d’auguri, poster, fino all’abbigliamento e all’oggettistica di ogni genere.

Come si spiega questo fenomeno? Bisogna considerare che con le sue inedite foto dei bambini, Anne Geddes ha realizzato una vera e propria rivoluzione nell’ambito della ritrattistica in generale e in particolare nella fotografia dell’infanzia.

La consuetudine degli studi fotografici fino a quel momento prevedeva infatti che si immortalasse il neonato a pancia in giù, sdraiato su un tappeto di pelle di pecora o su di una coperta, mentre i bambini più grandicelli venivano ritratti in pose codificate, irrigiditi nei vestiti della domenica e trattati come adulti in miniatura.

Anne Geddes comincia col dire ai genitori di non preoccuparsi se i bambini non sorridono in modo stereotipato alla fotocamera.

Li ritrae mentre dormono pacificamente e beatamente, ignari di ciò che hanno intorno, mentre si toccano le dita dei piedi o si avventurano alla scoperta del mondo.

Quello che le interessa è cogliere la spontaneità delle espressioni, dalle quali trapela la personalità del soggetto rappresentato.

E’ rimasta fedele all’onestà di questo approccio anche se con il tempo le sue composizioni si sono fatte più complesse ed elaborate.

Nei trent’anni della sua attività come fotografa, Anne Geddes si è dedicata a esplorare la meraviglia e l’innocenza di una nuova vita, traendo ispirazione dai suoi ricordi, dai sogni, dal suo personale immaginario, ma soprattutto dalla natura, dove trova quei simboli attraverso cui riesce ad esprimere le sue emozioni e la sua visione della maternità e dell’infanzia.

Geddes è infatti affascinata dall’infanzia e si sforza di ritrarne l’innocenza, la purezza e la vulnerabilità.

Ritiene che scegliere i bambini come soggetto significhi mettere in gioco le emozioni e che dunque si tratti di un lavoro estremamente personale, ma che al tempo stesso possa esprimere valori universali come la bellezza, l’amore e la speranza nel futuro.

Anne Geddes preferisce definirsi una storyteller piuttosto che una fotografa: la sua ambizione è quella di raccontare come i bambini portino trasformazione, come una piccola creatura possa irrompere nella vita dei genitori e trasformarla radicalmente creando una famiglia.

Le sue foto non hanno solo un valore estetico ma anche l’ambizione di veicolare messaggi forti e incidere positivamente sulla società: di qui l’impegno della fotografa australiana a favore dei minori vittime di abbandono o di abusi o delle campagne di vaccini o ancora della salute delle future madri, nella convinzione che ogni bambino ha il diritto di essere “protetto, nutrito , amato”.

Anne Geddes

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La natura come fonte di ispirazione

Anne Geddes riconosce che, sebbene le sue idee provengano da i più vari spunti, Madre Natura, l’artista più grande di tutti, è la sua costante fonte di ispirazione.

I bambini che ritrae indossano costumi di animali o di insetti, sono rannicchiati sulla corolla di un fiore, fanno capolino dal bulbo di un tulipano, dormono sospesi in bozzoli o dentro verdi baccelli, sono adagiati su mucchi di foglie o di petali, spuntano da foglie di cavolo o sono adorni di ali di farfalla o delle antenne di un ape.

Nel suo studio, Anne Geddes, grazie ai costumi e agli oggetti di scena, ricrea un mondo fantastico e fiabesco che fa da sfondo ai suoi ritratti di bambini e che trae spunto dal suo modo di vedere e interpretare la natura.

Le forme naturali morbide, dolci e avvolgenti come le conchiglie, le corolle dei fiori, le uova o i nidi degli uccelli accompagnano e si fondono quasi con i corpi dei bambini e diventano elementi compositivi molto poetici e fortemente concettuali: Anne Geddes stabilisce infatti un chiaro parallelismo tra la bellezza e la purezza della natura e quella del bambino.

Mostrando la fragilità e la vulnerabilità della natura e dei bambini le foto della Geddes ci ispirano sentimenti di protezione e di amore.

Da non sottovalutare, poi, la sottile vena di umorismo che pervade le immagini della Geddes e che nella realtà le preserva da quella eccessiva leziosità che talora viene rimproverata alla fotografa.

Umorismo che è dato dalla stessa sorpresa provocata dal giustapporre i bambini ai particolarissimi oggetti di scena, dal giocare con le allusioni alle fiabe e alle leggende, come nella foto dei bambini che si guardano l’un l’altro perplessi sotto le foglie di cavolo.

C’è una leggerezza nelle immagini di Anne Geddes che fa sì che esse emozionino ma al tempo stesso facciano sorridere.

Ed è proprio questo tipo di emozione il motivo per cui le foto della Geddes sono così apprezzate ed amate e che è sicuramente più importante di qualsiasi tecnica fotografica.

E’ lei stessa ad affermare ciò che qualsiasi buon fotografo dovrebbe ricordare :

Quando un’immagine riesce a fermare il tempo e catturare lo sguardo di chi osserva a lungo, facendolo riflettere e pensare: quella è un’immagine riuscita. Quando poi emoziona e scatena delle reazioni nello spettatore, ancora meglio.

Anne Geddes

Il lavoro in studio

Anne Geddes svolge il suo lavoro esclusivamente in un studio.

Racconta che fin dalla prima volta che, ancora giovanissima, entrò in uno studio fotografico, sentì di essere a casa.

Per lei lo studio è come una lavagna bianca tutta da scrivere, uno spazio vuoto da riempire delle proprie visioni.

Il progetto di creazione comincia molto prima: come rendere la morbidezza delle gambe cicciottelle di un bambino o la sua espressione pacifica mentre è immerso nel sonno, come esprimere la bellezza della pancia curva di una donna incinta, come portare il mondo delle fiabe nella realtà?

Anne appunta le sue idee realizzando piccoli bozzetti, disegni e schizzi, poi prepara il suo set con cura meticolosa disponendo gli oggetti di scena e decidendo lo sfondo e l’illuminazione.

Per realizzare le sue belle luci morbide e soffuse utilizza i LED, fa delle prove servendosi anche di bambolotti e impostando manualmente le impostazioni di scatto in modo che tutto il set sia perfetto al momento della sessione che, data la particolarità dei suoi soggetti, dovrà durare pochissimo.

A differenza degli adulti, “i bambini non hanno rispetto per il fotografo” avverte infatti Anne Geddes.

Per questo motivo è consapevole che quel margine di improvvisazione che sfugge alla pianificazione attenta del lavoro sarà proprio il segreto per una foto unica, dalla quale possa emergere la personalità del bambino.

Il suo studio è organizzato per essere un posto divertente, dove il bambino possa sentirsi a suo agio e venire accudito sotto l’occhio attento dei genitori.

Questo accurato lavoro di preparazione consente inoltre di ridurre al minimo gli interventi di post-produzione.

Anne Geddes infatti non è favorevole all’abuso di photoshop: la sua sfida è portare in studio il suo immaginario onirico e fiabesco, rendendolo il più reale possibile.

Sebbene abbracci pienamente la tecnologia digitale come mezzo di potenziamento della creatività del fotografo avverte anche che l’utilizzo la tecnologia come fine a se stessa finirà per produrre immagini terribili e di scarsa qualità.

Anne Geddes insiste sul fatto che nel mondo della fotografia digitale, c’è ancora uno spazio immenso riservato ai nuovi fotografi creativi a patto che essi facciano leva sull’emozione più che sulla tecnica.

Anne Geddes

La composizione

Ogni fotografo sa che la composizione è la chiave di una buona foto e che d’altra parte essa è un elemento molto soggettivo: al di là di qualsiasi regola e a tutti gli effetti la composizione è un altro modo per esprimere se stessi e ciò che si vede e si sente.

Ciò che distingue un ritratto dalle mille istantanee scattate ogni giorno, oltre la luce e lo sfondo è infatti il modo in cui l’immagine è composta.

Anche in questo possiamo imparare da Anne Geddes, che è una maestra della composizione.

In generale, la chiave per comporre una foto è focalizzarsi sull’idea da comunicare, proprio come fa Anne Geddes che nelle sue foto sottolinea la purezza, l’innocenza, il bisogno di amore e protezione del bambino.

Emozioni personali e valori universali da difendere che vengono veicolati da un’immagine, concentrando la foto attorno ad essi, in modo che siano immediatamente percepibili.

La composizione è il segreto dell’impatto emotivo e visivo delle immagini della fotografa australiana.

A questo proposito lei stessa avverte:

“The hardest thing in photography is to create a simple image” la cosa più difficile in fotografia è creare un’immagine semplice.

Se osserviamo la maggior parte dei ritratti, di bambini e non, che vengono scattati ogni giorno, notiamo infatti che essi includono una quantità eccessiva di informazioni e una sovrabbondanza di elementi che distraggono dal soggetto principale e rendono caotico l’insieme e poco significativa l’immagine.

Creare un’immagine semplice , come insegna Anne Geddes, significa perciò mostrare solo ciò che racconta il soggetto e nient’altro.

Da ciò la grande attenzione allo sfondo del ritratto, il più semplice possibile, da ciò la scelta di una profondità di campo media o ridotta che consenta di mettere a fuoco perfetto il bambino e di enfatizzarne la figura su uno sfondo che resta morbido e sognante.

Sebbene molte delle immagini che hanno reso famosa la Geddes mostrino delicati colori pastello, la fotografa ha indirizzato il suo lavoro verso un maggiore minimalismo, producendo molti scatti in bianco e nero.

Questa scelta è in relazione al desiderio di avere ancora minori elementi che, come il colore, possano distrarre dallo studio delle forme e dal soggetto principale.

Le celebri composizioni di Anne Geddes si basano inoltre spesso sui contrasti: contrasti di ombre e di luci, contrasto di colori saturi o di dettagli piccoli e grandi come l’iconica foto delle mani di un uomo che reggono un neonato prematuro.

Anne Geddes

A lezione da Anne Geddes

Come i migliori maestri, Anne Geddes è molto generosa nei confronti dei suoi ammiratori a cui dispensa volentieri consigli per migliorare la tecnica fotografica e perfezionare l’arte del ritratto.

Un insegnamento importante che ci viene dal lavoro della Geddes è quello di cercare la spontaneità dell’espressione: niente di peggio per falsare un’immagine che rivolgere continui richiami a chi vogliamo fotografare “Guarda l’obiettivo! Sorridi! Fermo così!” Anne Geddes consiglia invece di tenere sempre a portata di mano la macchina fotografica in modo che anche il bambino familiarizzi con essa e sia più rilassato.

Solo in questo modo otterremo immagini spontanee, da cui emergerà la vera personalità del soggetto e che non saranno rigide e finte.

Questo accorgimento non funziona solo con i bambini: anche se vogliamo ritrarre un adulto sarà importante un livello di confidenza tra noi e lui, tale che gli permetta di rilassarsi di fronte alla macchina fotografica e di abbandonarsi con fiducia all’obiettivo, lasciando venir fuori la sua personalità.

La lezione fondamentale di Anne Geddes va però nella direzione della semplicità : “keep it simple”, non si stanca di ripetere in tutte le interviste, quando le chiedono il modo migliore per fotografare i bambini.

Ciò significa minimizzare lo sfondo, non coprire eccessivamente il bambino e lasciare che esso sia l’unico protagonista dell’immagine.

Un errore comune che si fa nel fotografare i bambini è inoltre quello di scegliere un’ inquadratura dall’alto.

La Geddes invece, cambiando prospettiva, si pone all’altezza dello sguardo del bambino, si avvicina il più possibile, entra nel suo mondo e lo guarda dal suo punto di vista.

Quando ritraiamo una persona, impariamo perciò a cercare punti di vista diversi, girandole intorno, mettendoci al livello del suo sguardo.

In conclusione, Anne Geddes ci insegna a seguire la nostra ispirazione più autentica, a fotografare ciò che veramente ci emoziona, lasciandoci guidare dal messaggio che vogliamo trasmettere ancora più che dalle considerazioni tecniche.

Solo in questo modo riusciremo a trovare il nostro stile che sarà unico e diverso da quello degli altri.

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