La post-produzione nell’era digitale - Tecnica Fotografica

La post-produzione nell’era digitale

La post-produzione delle immagini è sempre un argomento molto controverso e che genera tante discussioni nel mondo della fotografia Di fatto sono moltissime le mail che ricevo e che vanno, volontariamente o involontariamente, a parlare di questo argomento.

Non so in quale delle due parti ti riconosci ma in linea di massima posso dire con sufficiente certezza — in base alla mia esperienza — che ci sono due categorie di fotografi principianti:

  • chi vede nella post-produzione digitale un semplice processo di sviluppo dell’immagine (o negativo digitale);
  • chi non post-produce il file digitale in quanto vuole ottenere le immagini “naturali”.

Io rientro decisamente nella prima categoria di persone e trovo molto “pericoloso”, se così vogliamo definirlo, abbracciare la seconda ipotesi e cerco di spiegartene i motivi.

Prima di continuare, specie se è la prima volta che leggi il mio blog, ti vorrei suggerire di iscriverti alla newsletter. I motivi ti possono sembrare banali, ma in realtà iscrivendoti riceverai prima di tutto, e gratuitamente, dei materiali per apprendere alcune tecniche fotografiche. Per secondo, riceverai settimanalmente dei consigli e suggerimenti fotografici rivolti esclusivamente a chi è iscritto. CLICCA QUI PER SAPERNE DI PIÙ »

post-produzione

LE IMMAGINI NON POST-PRODOTTE

Questa è la parte più interessante di tutta l’analisi.

La domanda vera che tutti i fotografi principianti dovrebbero porsi è:

“esiste l’immagine naturale?”

Oppure:

“esiste un’immagine non post-prodotta (modificata)?”

L’ideale comune che spinge molti fotografi a “non post-produrre” le immagini digitali sta nella ricerca dello stile “analogico” ovvero nella fotografia che prevedeva il caricamento di un rullo di pellicola negativa (o positiva), concentrarsi sullo scatto, per poi portare il negativo ad uno studio che — se non ti perdeva o danneggiava i negativo — ti faceva avere qualche settimana dopo la stampa delle immagini.

Se qualche fotografo era più fortunato o appassionato aveva magari a casa la camera oscura per farsi le stampe, ma in linea di massima si portavano i rulli analogici in qualche studio.

Beh… caro amico (o amica), in realtà io credo che questo ideale sia reale quanto le pubblicità di un noto fastfood che ti mostra che la carne arriva da animali allevati tra le montagne con l’allevatore che gli da il cibo.

SFATIAMO IL MITO DELL’ANALOGICO “AL NATURALE”

Non serve molto, basta solo sapere alcune caratteristiche dei rulli analogici e del processo di sviluppo e stampa delle foto analogiche.

Tuttavia, visto che molte persone hanno bisogno di sentirselo dire, ecco cosa basta sapere:

  • i rullini analogici non sono tutti uguali. Ogni rullino ha una sua caratteristica e rende delle immagini con determinate dominanti (o più semplicemente “bilanciamento del bianco”). Se così non fosse perché allora si sceglie la Velvia piuttosto che la Ektachrome? Suvvia.. non è di certo per la sensibilità ISO.

Già questo potrebbe bastare per chiudere la questione ma posso andare avanti.

  • lo sviluppo della pellicola incide sulla resa del negativo. Un rullo analogico necessita di un sviluppo attraverso dei prodotti chimici che vanno sapientemente dosati ed applicati nella sequenza corretta e con determinate tempistiche di azione. Se poi si sviluppa il colore allora la cosa diventa ancora più divertente visto che la temperatura dei prodotti è ancora più vincolante nell’esito dello sviluppo rispetto a quanto avviene con il bianco e nero. Insomma… il fotografo o colui che sviluppa il rullo ha anche qui un buon margine di “soggettività”.

Ed infine, se non hai sviluppato una pellicola positiva, ovvero quella che ti rende delle “diapositive”, dei fotogrammi già a colori che puoi proiettare, hai ancora un processo da fare: la stampa.

Sulla fase di stampa non vado ad approfondire ma tiro in ballo solo una citazione di un fotografo coetaneo e compaesano molto famoso (sopratutto NON in Italia), Renato D’Agostin, che mi ha regalato durante un Workshop al quale ho partecipato:

“Se sviluppare i negativi ti piace per il margine creativo di cui disponi, non sai che ti aspetta quando ti metti a stampare”

Si esatto… in fase di stampa il margine creativo è enorme e porta ad una resa diversa dell’immagine in base ai tuoi gusti.

Direi quindi che possiamo chiudere qui il discorso “con l’analogico non si postproduceva”.

La post-produzione c’era eccome! Era già nel momento stesso in cui sceglievi il tipo di rullo e per di più, se non sviluppavi e stampavi in casa, la lasciavi fare al laboratorio di turno al quale ti affidavi.

Prima di continuare ti chiedo un piccolo favore. A te non costa nulla, mentre a me serve per migliorare la visibilità di questo post: Condividi e metti “mi piace” a questo articolo!

post-produzione

SFATIAMO IL MITO DEL JPG

Le fotocamere digitali non rendono foto naturali. Questo bisogna che tu lo comprenda bene.

Se pensi che scattando in JPG la foto sia “naturale” ti sbagli in pieno perché, tra le impostazioni della tua fotocamera, hai sicuramente detto alla stessa come deve essere creato il file JPG.

Quanta saturazione, quanto contrasto, quale bilanciamento del bianco…

Sono tutti parametri che tu hai impostato per permettere alla fotocamera di salvare un file JPG.

Se vuoi avere foto “al naturale” devi scattare in RAW. Sembra assurda come affermazione considerato che un RAW di per se non è un’immagine ma un mucchio di dati grezzi che devono, guarda un po’, essere interpretati attraverso un processo di sviluppo. Clicca qui per approfondire l’argomento.

Ad ogni modo andiamo avanti e vediamo in modo più approfondito cos’è la post-produzione.

COSA SIGNIFICA POST PRODURRE

Post-produrre significa in sostanza “sviluppare” l’immagine e qui entra in gioco una domanda che faccio sempre a tutte le persone che chiedono consigli sui nostri gruppi Facebook:

“Che cosa volevi ottenere? Che cosa fare?”

Nella post-produzione è uguale. Tu devi prima di tutto capire cosa volevi ottenere (o cosa vuoi ottenere). Se sai cosa vuoi ottenere allora puoi muoverti per ricercare il risultato.

Se non lo sai… farai uno sviluppo fatto male.

SVILUPPARE PER RENDERE LA FOTO NATURALE

Se il tuo obiettivo è ottenere una foto che assomigli il più possibile al contesto, colori, contrasto e luminosità nella quale ti trovavi, devi per forza — forse più di prima — effettuare una post-produzione mirata.

Ho fatto fotografia naturalistica per anni e trovo una delle cose più difficili quella di post-produrre le immagini affinché assomiglino il più possibile alla scena naturale.

Questa chiave di lettura è fondamentale: nessuno può dire che con il digitale non si possono fare foto “naturali”.

Quello che devi fare è “sviluppare la foto affinché rappresenti la realtà nel modo più naturale possibile”.

post-produzione

SVILUPPARE PER TRASMETTERE UN’IDEA

Al lato opposto c’è la post-produzione per raggiungere un risultato/idea che hai in mente.

Anche questo è un passaggio difficile.

È facile pensare ed immaginare come si vorrebbe una foto. Il difficile è mettere in pratica l’idea.

Basta fare un giro sul sito 500px per trovare delle immagini splendide che… “cavoli vorrei ottenere anch’io questo effetto” ma di fatto non è semplice.

È molto complesso.

Perché serve sopratutto la capacità tecnica e conoscenze d’uso dei software. Cosa che spesso non abbiamo perché magari non hai voglia di metterti li ad imparare come si usa un software, fare i test per capire come reagisce alle varie impostazioni.

A volte non hai nemmeno idea di dove cercare chi ti può insegnare le basi d’uso di un software, ed allora si preferisce scattare in JPG e dire in giro che non scatti e sviluppi i raw perché preferisci avere:

“foto come le fa la fotocamera”

(quando in realtà, e lo sai pure te, semplicemente non sai usare un software di sviluppo).

SVILUPPARE A CASO

Non manca ovviamente quel numeroso esercito di fotografi principianti che, non abbastanza scafati da rendersi conto che non sanno usare un software di post-produzione complesso come Photoshop che hanno crakkato, si cimentano nello sviluppo selvaggio.

A caso insomma.

Probabilmente questo è il caso peggiore e non serve che lo approfondisca.

post-produzione

FOTOGRAFARE COME STEVE MCCURRY

Tempo fa ho scritto un articolo sul famoso e noto fotografo del National Geographic Steve McCurry. Se vuoi approfondire l’articolo clicca qui.

Beh… questo grande fotografo è spesso tirato in ballo dai fotografi che sostengono la tesi della “foto non post-prodotta = foto naturale”, infatti in più di qualche occasione sembra che questo noto fotografo abbia dichiarato:

“Non post-produco le immagini che scatto”

E ti dico… in realtà sembra proprio che sia così!

Se conosci le foto di McCurry forse stai già ridendo o ti sei incappottato sulla sedia della scrivania ma non ti sto prendo in giro.

Esempio di elaborazione foto McCurry (screenshot Google Immagini foto sopra)
Effettivamente l’affermazione non è errata. Non ha mai detto che le foto pubblicate e che trovi nelle sue mostre NON SONO post-prodotte.

Tanto meno ha mai nascosto di avere uno staff che sviluppa le sue immagini.

Questo fatto ha causato spesso un sacco di polemiche veramente inutili e ridicole.

Inutili se messe difronte alla sua carriera di fotografo e ridicole per i motivi che ho già spiegato prima su questo articolo.

Steve ha uno staff che gestisce e sviluppa le sue immagini e non sono quattro grafici stagisti che ha trovato per strada ma si tratta di operatori veramente in gamba che come lavoro vanno a completare l’idea del fotografo e ne enfatizzano lo stile secondo — probabilmente — delle linee guida ben definite.

È questo il bello di un grande fotografo.

Potersi dedicare esclusivamente alla fotografia, a catturare i momenti ed avere la possibilità di permettersi uno staff che lavora le tue immagini, che sanno usare i software più moderni e che sono in grado di completare la tua idea di fotografia sulla base del tuo stile.

Ed in fondo… se uno è abbastanza “vecchio” da apprezzare l’analogico, mica si sarà dimenticato che tutte le grandi redazioni (National Geographic, Life ecc…) avevano delle persone che come lavoro “sviluppavano” i rulli che i fotografi gli facevano avere dopo le missioni.

Cerca e guarda il film “I sogni segreti di Walter Mitty” se vuoi capire di cosa parlo.

Ah… e se non sei abbastanza vecchio, anche se purtroppo la rivista “Life” non c’è più, devi sapere che ancora oggi nella National Geographic ci sono persone che come lavoro si occupano di fare cernita ed editare le foto ricevute dai loro inviati…

“Touche”

Alessio

Blogger, Autore, Fotografo ed Imprenditore Online, Questo è il mio progetto più importante. Guarda le mie foto su 500px o SmugMug.

Ti potrebbe anche interessare...